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Cronaca Casapesenna

La strategia del terrore del clan: "Chi non pagava faceva la fine di Mario Diana"

Il racconto di Francesco Basco ai magistrati: "Mio genero con suo fratello pagava il clan"

“La prima estorsione la ricevetti nel 1983 quando i gregari di Vincenzo Zagaria mi chiesero 10 milioni di lire. La seconda nel 1985 dopo pochi giorni dalla morte di Mario Diana nella piazza di Casapesenna dove pagai 25 milioni. Non ero solo. Chiamarono a raccolta tutti gli imprenditori di Casapesenna, San Cipriano d’Aversa e Casal di Principe per dirci che se non avessimo pagato avremmo fatto la stessa fine di Mario. Avevamo così paura che non uscivamo in strada e loro ci vennero a prendere a casa per portarci in un casolare a Casale (Casal di Principe) e ci obbligarono a pagare. Un’ altra estorsione la ricevetti nel 1987 quando mi mandò a chiamare Cicciotto e’ mezzanotte (Francesco Bidognetti) e mi chiese 100 milioni di lire. Ero stanco di subire e per lavorare senza che quelli lì mi mandassero a chiamare iniziai a lavorare al Nord Italia. Nel 2000 ci fu l’emergenza Sarno. Decisi di recarmi lì ma venni avvicinato dai camorristi locali che avevano i loro referenti a Casale. Al rientro a Casapesenna mi mandò a chiamare Pasquale Zagaria e mi chiese 40 milioni. Ero talmente stanco di pagare a quella gentaglia che andai a denunciare o almeno cercai di farlo. Mi recai alla stazione carabinieri di San Cipriano per denunciare ma mi mandarono via. A quei tempi le istituzione erano colluse con la camorra. Anche mio genero pagava a quella gentaglia ed era molto preoccupato".

Sono le dichiarazioni rese da Francesco Basco nel corso dell'udienza celebrata dinanzi alla Terza Sezione Penale del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, presieduta dal giudice Luciana Crisci, nel processo a carico dei fratelli Antonio e Nicola Diana accusati di concorso esterno in associazione mafiosa alla fazione Zagaria del clan dei Casalesi. "Armando mi confidò di essere molto preoccupato per i nipoti che cercava di proteggere interfacciandosi lui con quella gente ma una volta che lui non ci fosse più stato mi disse che era sicuro che loro (i Casalesi nda) sarebbero andati a bussare a soldi dai nipoti - ha riferito il suocero di Nicola Diana – infatti è stato proprio così. Nicola ed il fratello hanno pagato le estorsioni e non ne potevano più”.

Secondo la ricostruzione del sostituto procuratore Fabrizio Vanorio della Dda di Napoli i due germani sono stati "espressione imprenditoriale" del capoclan dei Casalesi Michele Zagaria tanto da rientrare nel 'cerchio magico' degli imprenditori vicini a Zagaria che grazie alla loro attività nel riciclo della plastica facevano da cassa di cambio per gli assegni del clan o che in qualche modo fornissero liquidità al boss. I fratelli Diana a cui venne attribuito il titolo di imprenditori anticamorra poiché figli di Mario Diana, vittima innocente della criminalità organizzata, sono coinvolti nell’indagine che attraverso le dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia, permise di ricostruire l’esistenza di un rapporto operativo tra il mondo dell’imprenditoria e la fazione Zagaria del clan dei Casalesi. Il patto criminale stretto col clan avrebbe consentito agli imprenditori di godere di una protezione e di una tranquillità operativa tali da permettere agli stessi di raggiungere, nell’area territoriale di competenza del clan, una posizione imprenditoriale privilegiata. In cambio, secondo le risultanze investigative, il clan avrebbe ottenuto dai Diana "prestazioni di servizi e utilità", quali il cambio assegni e la consegna sistematica di cospicue somme di denaro, necessarie ad alimentare le casse dell’organizzazione camorristica riconducibile a Michele Zagaria.

I due imputati nel loro esame hanno negato le accuse che sono state mosse loro dai collaboratori di giustizia come quelle di Francesco Zagaria alias Ciccio e’ Brezza, Attilio Pellegrino, Massimiliano Caterino che li individuavano come ‘partecipi’ negli affari del clan grazie ad investimenti fatti con lo stesso capoclan. Erano taglieggiati e per far in modo che il messaggio di pagare venisse ben capito in alcuni degli stabili delle loro aziende ricevettero stese a colpi di pistola negli uffici amministrativi tanto poi da essere dislocati a Caserta o furti di camion di cui tramite una telefonata in azienda i gregari del clan ne rivendicavano la paternità.

“Chiamavano o venivano in azienda - ha raccontato al collegio una storica dipendente – una volta schiaffeggiarono un collega perché pensavano fosse uno dei fratelli Diana”. Si torna in aula nelle prossime settimane per il prosieguo dell’escussione dei testi della difesa. Nel collegio difensivo sono impegnati gli avvocati Carlo De Stavola, Claudio Botti, Giuseppe Stellato, Giuseppe Saccone.

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