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Shoah, le testimonianze dei familiari dei deportati: "Nostro dovere restituire dignità nel ricordo"

La cerimonia in prefettura con la consegna di tre medaglie d'oro alla memoria

“Senza memoria siamo un guscio vuoto, la memoria è una circostanza dell’animo e del cervello umano con cui fare i conti ogni giorno. Spesso si dice che siamo dotati di una memoria ancestrale, che sia insita già nel nostro dna e che ne abbiamo dei ricordi di cui però non abbiamo contezza e che poi all’improvviso emergono in determinate circostanze come per il dolore”. Sono le parole piene di sofferta commozione pronunciate dall’insegnante e scrittrice Maria Stella Einseberg durante la cerimonia commemorativa del “Giorno della memoria”, svolta nella Sala Convegni della Prefettura di Caserta.

Una cerimonia per ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei o degli italiani che hanno subito la deportazione e la morte anche di coloro che pur di salvare altre vite hanno pagato con il proprio sangue l’opposizione al martirio nazista. “Io sono la testimonianza di seconda generazione di quell’orrore – ha spiegato la scrittrice - mio padre era un medico ebreo rumeno chi si rifugiò in Italia per sfuggire all’oppressione tedesca e a Napoli incontrò mia madre, una pianista, ariana e cattolica. Venne in Italia nel 1937 e non potette mai lavorare come medico se non grazie a un prestanome ovvero un collega che si offrì di farlo esercitare a suo nome. Mio padre era un apolide e ottenne la cittadinanza italiana solo nel 1960. Gli venne chiesto se volesse cambiare il suo cognome e lui rifiutò. Era il suo ultimo scampolo di identità se se ne fosse privato, il nostro intero patrimonio genetico sarebbe andato perduto. Lui era e si è sempre sentito un emarginato e questa emarginazione è proseguita molto tempo dopo anche su noi figli perché un cognome è come un marchio di fabbrica di cui non ti puoi liberare”.

La scrittrice ha ripercorso pezzi della sua storia familiare durante la Shoah affermando con amarezza “il grande esodo degli ebrei è stato indotto ed organizzato da interessi politici ed economici degli Stati Uniti, Inghilterra, Germania mentre gli altri stavano a guardare. Se si fosse solo pensato che anziché ebrei si trattava di essere umani questo abominio si sarebbe potuto evitare. Era pura follia pensare che sugli ebrei ricadevano tutte le colpe del mondo. Semplicemente erano il capro espiatorio perfetto”.

"Mantenere viva la memoria condivisa su una delle pagine più tristi della storia dell’umanità rappresenta per tutti noi un dovere e, allo stesso tempo, un momento di crescita individuale e di coesione civile - ha affermato il Prefetto Castaldo al termine della cerimonia -. Il Giorno della memoria, infatti, non è soltanto la celebrazione di una ricorrenza, ma un invito all’impegno e alla vigilanza per non abbassare mai la guardia dinanzi ad atteggiamenti improntati all’odio, alla violenza e alla sopraffazione".

Nel corso della cerimonia sono state consegnate le medaglie d’onore alla memoria conferite dal Presidente della Repubblica a tre valorosi cittadini della provincia casertana. Si tratta di Custode Lepre nato nel 1925 a Teano militare dell’esercito italiano rastrellato nella piazza di Teano il 23 settembre 1943 e deportato in Germania dalle truppe tedesche nel campo di Monaco di Baviera. Ritornò dalla prigionia in Italia nel 1945 e morì nel 1995. La medaglia è stata ritirata del figlio Francesco alla presenza del prefetto Giuseppe Castaldo, del comandante della Brigata Garibaldi generale Mario Ciorra e del sindaco di Teano Giovanni Scoglio.

Altra medaglia alla memoria è stata conferita a Michele Panaccione nato a Galluccio nel 1906. Fu catturato dalle truppe tedesche il 23 settembre 1943 e deportato nei lager nazisti di Memmingen e di Bathrom. Venne liberato nel maggio 1945 e tornò a Galluccio. Morì nel 1972. L’importante riconoscimento è stato consegnato alla figlia Maria Cristina ed al nipote Amato Tirelli alla presenza sempre del prefetto e del generale Ciorra nonché del sindaco di Galluccio Francesco Lepore. La figlia Maria Cristina ha spiegato l’orrore della deportazione vissuto da suo padre Michele. “Lì nei campi di concentramento scavava le fosse dove venivano buttati gli altri deportati. Non sempre aveva una pala e spesso era costretto a scavare con le mani. Era sempre pieno di sangue ed aveva addosso ogni giorno l’odore di morte. Per mangiare frugava nella spazzatura e si nutriva con le bucce di patate per sopravvivere. Quando venne liberato per far rientro da noi a casa seguì i binari del treno che incontrò vicino al campo. Venne da noi senza denti e con le dita dei piedi congelati. Non sempre parlava di quello che aveva subito e sono sicura che ci raccontò meno di quanto realmente accaduto per proteggerci. E’ però nostro dovere restituire la dignità del ricordo”.

L’ultima medaglia è stata conferita a Giovanni Savino nato a San Felice a Cancello nel 1922. Fu chiamato alla leva nel 1942 e nel settembre 1943 fu fatto prigioniero dei tedeschi e portato nel campo di concentramento di Offenburg in Germania assegnato ai lavori forzati. Fu liberato nel 1945 e ritornò in Italia nell’agosto dello stesso anno. La medaglia è stata ritirata dalla figlia Santina alla presenza anche del sindaco di Santa Maria a Vico Andrea Pirozzi.

Durante l’evento si sono susseguite le letture di brani di Edith Bruch, Elie Wiesel, Etty Hillesum dagli studenti della VB e IV D del liceo Classico Giannone di Caserta accompagnati dalla dirigente Marina Campanile e da Giulio Querques. Voce narrante della cerimonia il capo di gabinetto Florinda Bevilacqua.

Le celebrazioni per la giornata della memoria in Prefettura a Caserta

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