Don Barone, non fu violenza sessuale: la vittima "non ha gridato"

La Procura deposita l'Appello contro l'assoluzione per gli abusi. Per i giudici i rapporti erano consenzienti: "Si era invaghita di lui"

Don Michele Barone

Avrebbe fatto tutto lei, creando per tre volte occasione per intrattenere rapporti sessuali con don Michele Barone. E dopo le presunte violenze sessuali non avrebbe "nemmeno gridato". E' questa la motivazione dei giudici di Santa Maria Capua Vetere per la quale l'ex sacerdote del Tempio di Casapesenna è stato assolto dall'accusa di violenza sessuale mossa da una delle ragazze che frequentavano i suoi gruppi di preghiera. 

Una motivazione che è stata impugnata in Appello dalla Procura della Repubblica che è convinta del fatto che quelle ragazze avessero subito l'influenza psicologica del prete al punto da convincersi della natura divina di quei rapporti. Insomma, per gli inquirenti, la loro condizione di inferiorità psicologica le avrebbe indotte ad avere rapporti orali contro la loro volontà e quindi a subire una violenza sessuale. Appello anche per una delle ragazze vittima di violenza sessuale, rappresentata dall'avvocato Rossella Calabritto.

Nella lunghissima sentenza (oltre 1100 pagine) i giudici del tribunale di Santa Maria Capua Vetere hanno analizzato la vicenda relativa alle accuse di una 25enne. Secondo i giudici il primo approccio si sarebbe verificato nella nave per Medjugorje. La ragazza entrò nella cabina del sacerdote per una confessione ma il sacerdote avrebbe iniziato a palparla. Per i giudici "rimaneva imbambolata nel mentre Don Michele le alzava la maglietta, le palpava il seno e la baciava sulla bocca e sul collo". Insomma per i giudici non avrebbe opposto "alcune resistenza". 

La sera dopo si verificò il secondo episodio, nell'albergo che ospitava il gruppo religioso. L'incontro si tenne in una stanza presa in più dal sacerdote, come emerso dal dibattimento. Anche in questa circostanza Don Michele avrebbe approcciato la ragazza chiedendole di praticargli del sesso orale, spingendole la testa con le mani contro il suo organo sessuale. Per i giudici questi rapporti si sono verificati con certezza ma furono consenzienti. "Nel mentre il sacerdote consumava tale violenza" la ragazza non "aveva gridato o richiesto aiuto di terze persone, né si era allontanata repentimanente dalla stanza dove si era incontrata con Don Michele, affermando di esserne uscita in sua compagnia". Una dinamica che "appare - si legge ancora nella sentenza - difficilmente con il rapporto che si instaura tra violentatore e vittima della violenza".

Il terzo episodio, infine, si sarebbe verificato nella Cappellina di Casapesenna dove la ragazza si era recata per un chiarimento. Don Barone avrebbe nuovamente chiesto un rapporto orale tentando poi un rapporto anale. "E' davvero singolare che una donna crei per la terza volta le condizioni perché il suo carnefice possa avvicinarla e usarle violenza". E sulla pressione con le mani usata dal prete non sarebbe compatibile con "una coartazione fisica quanto piuttosto quella di una pressione esercitata dall'imputato per assecondare la propria eccitazione nel corso del sesso orale e, dunque, di una 'forzatura' assolutamente compatibile con tale tipologia di rapporto". 

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Per i giudici, infine, non regge nemmeno l'ipotesi di una possibile soggezione psicologica che sarebbe stata utilizzata dalla vittima come "schermo" per giustificare le proprie condotte che per la sua formazione religiosa le "apparivano disdicevoli e moralmente riprovevoli". La violenza sessuale sarebbe così diventata un "alibi" dietro al quale si celava "la necessità di dare sfogo ad un sentimento di delusione nei confronti di un sacerdote che ella aveva continuato a frequentare assiduamente anche dopo i rapporti sessuali, probabilmente perché invaghita di lui, e che aveva scoperto poi essere un uomo troppo spesso caduto nella tentazione anche con altre donne". 

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