Cronaca

Schiavone inguaia un imprenditore: "I summit di camorra a casa sua"

Gli investimenti immobiliari del figlio di Sandokan: "Corvino era un mio prestanome"

Nicola Schiavone

"Quell'imprenditore era un mio prestanome". Lo ha detto Nicola Schiavone, ascoltato nel pomeriggio di oggi nel corso del processo a carico di tre persone, accusate di associazione a delinquere di stampo mafioso.

L'imprenditore edile finito nelle mire del figlio di Sandokan, oggi collaboratore di giustizia, è Giuseppe Corvino, 64 anni di Casal di Principe, finito alla sbarra dinanzi al collegio presieduto dal giudice Giovanni Caparco del tribunale di Santa Maria Capua Vetere. Schiavone ha raccontato di aver conosciuto Corvino "nelle bische clandestine gestite da noi in corso Dante a Casal di Principe. Era un giocatore d'azzardo. Va premesso che nei nostri circoli potevano entrare solo persone fidate, perchè ci andavamo pure noi, e facoltose. E Corvino lo era". 

Dal gioco si sarebbe passati ben presto agli affari. "Tra il 2002 ed il 2004 Corvino, conosciuto come l'evangelista, fece un investimento acquistando un terreno in via Bertelli nella frazione San Martino Secchia di San Prospero, nel modenese - prosegue Schiavone - Mi propose di investire perché era in difficoltà economiche e non poteva fare i lavori. Allora io gli diedi 100mila euro in contanti e comprai quel terreno che rimase intestato a lui. Io ci mettevo i soldi e lui lavorava alla realizzazione di appartamenti in cui ho investito circa 4-500mila euro. In pratica da proprietario del terreno è diventato ditta realizzatrice ma ha fatto solo il grezzo. Poi affidai i lavori ad un altra ditta e gli appartamenti sono stati venduti mentre una mansarda restò a me anche se era intestata a lui". 

Secondo il racconto di Schiavone, Corvino, difeso dall'avvocato Fabio Della Corte, era una persona "a mia disposizione. Siamo diventati amici, gli ho battezzato anche un nipote. Inoltre ha messo a disposizione anche casa sua in via San Donato, vicino al vecchio cimitero, per i nostri incontri", anche "summit" tra gli affiliati. Schiavone, infine, ha anche riferito dell'arresto di Corvino in Portogallo. "So che venne arrestato per un cambio di assegni in Portogallo - ha detto - Questo rischiò di far saltare l'operazione immobiliare a Modena".

Degli altri due imputati nel processo Schiavone ha saputo riferire poco o nulla. Di Gennaro Pezone, di Trentola Ducenta, ha detto di conoscerlo come "Gennaro dei pozzi". "Fece un lavoro per mio zio Antonio in seguito al quale mio zio voleva picchiarlo. Gli dissi che non c'era bisogno di scomodare il clan per questioni tra campagnoli". Su Francesco Barbato, di Giugliano in Campania difeso dall'avvocato Finizio Di Tommaso, invece, Schiavone ha confermato: "non lo conosco, non l'ho mai visto".

Il processo è stato rinviato alla fine di marzo per il prosieguo dell'istruttoria. 


 

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