Cronaca

Mamma uccisa, il marito pedinato. Il giallo della foto della 'presunta arma del delitto'

Il consulente della parte civile afferma di aver fotografato il badge col quale sarebbe stata uccisa Katia, ma che la stessa non era nitida e non è stata mostrata in aula. L'avvocato dell'imputato contesta in maniera forte l'affermazione

Emilio Lavoretano

Non sono mancati i colpi di scena nell’udienza davanti alla Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere dove si sta svolgendo il processo per l’omicidio di Katia Tondi, la giovane mamma uccisa nel luglio 2013 nel suo appartamento di San Tammaro, per il quale è accusato il marito, Emilio Lavoretano di Santa Maria Capua Vetere.

Oggi è stato ascoltato in aula il consulente della parte civile Denti che ha effettuato la sua ricostruzione, presentando anche un video tridimensionale che rappresentava l’omicidio di Katia. Secondo la sua versione la giovane mamma ed Emilio avrebbero litigato ed il marito l’avrebbe uccisa, strangolandola con un porta-badge.

Ma il colpo di scena è arrivato quasi a fine testimonianza, quando il consulente ha affermato di aver pedinato Emilio Lavoretano (per un paio di mesi circa) dopo aver ottenuto l’incarico dalla famiglia della moglie (3 agosto 2013) e di aver visto il marito con addosso proprio il porta-badge col quale avrebbe commesso l’omicidio. Ha anche affermato di aver scattato delle foto ma di non averle portate ai giudici perché non erano nitide.

Il fatto è stato contestato fortemente dall’avvocato difensore di Lavoretano, Natalina Mastellone che ha dichiarato: “Se avesse visto Emilio Lavoretano con in mano l’oggetto che lei ritiene essere stato usato per commettere l’omicidio, le foto da lei scattate seppure non perfettamente nitide sarebbero state le prime a dover comparire su questo schermo ed invece non saranno nemmeno le ultime”. La posizione dell'avvocato di Lavoretano è chiaramente legata al fatto che la dichiarazione del consulente potrebbe "impressionare" i giudici popolari, anche senza avere la foto a disposizione. Anche perché di questo porta-badge non si hanno tracce nelle dichiarazioni rilasciate alle forze dell’ordine in fase di indagine: l’unico a parlarne è stato Antonio Tondi.

Nel corso del processo è stato poi ascoltato l’amministratore del condominio Laurus di San Tammaro dove è avvenuto l’omicidio che raccontato di alcune lamentele dei condomini relativamente al cattivo funzionamento del portancino esterno che era stato più volte riparato. Ha poi chiarito di non aver mai avuto modo di vedere Katia Tondi.

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