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Cronaca Santa Maria Capua Vetere

Iovine svela i retroscena dell'agguato di camorra: "Condannato a morte perché scomodo"

Il boss pentito parla nel processo sul duplice omicidio di Caterino e De Falco e invita il suo pupillo De Luca a "fare altre scelte"

"La decisione di compiere un omicidio era presa collegialmente. Il progetto definitivo venne preso a San Cipriano D'Aversa in una riunione dove partecipammo io, Giuseppe Caterino e Cicciariello (Francesco Schiavone nda) qualche mese prima dell'omicidio". Sono le dichiarazioni rese da Antonio Iovine, alias 'o ninno, nel processo per il duplice omicidio di Sebastiano Caterino e Umberto De Falco per il quale è finito alla sbarra proprio uno dei suoi fedelissimi, Corrado De Luca, celebrato in Corte d'Assise a Santa Maria Capua Vetere.

Escusso dal Sostituto Procuratore della Dda di Napoli Simona Belluccio, Iovine ha ricostruito le fasi preparatorie dell'efferato omicidio omicidio di camorra in cui persero la vita Sebastiano Caterino e Umberto De Falco, avvenuto il 31 ottobre 2003 in via dei Romani a Santa Maria Capua Vetere. Alla sbarra degli imputati sono finiti: Corrado De Luca, luogotenente di Iovine, accusato di concorso esterno in omicidio poiché avrebbe preso parte ad un appostamento finalizzato ad eliminare Sebastiano Caterino, e la famiglia Moronese (Sandro, Agostino e Raffaelina Nespoli) che avrebbe fornito al gruppo di fuoco la propria abitazione per compiere il duplice omicidio.

Il collaboratore di giustizia ha spiegato i due tentativi di eliminare Sebastiano Caterino divenuto elemento scomodo per le lotte interne al clan dei Casalesi."Caterino era un predestinato a morte", ha spiegato Iovine. Ci furono due tentativi per mettere a segno l'agguato di Sebastiano Caterino: uno sull'Asse Mediano a cui presero parte i vertici del clan dei Casalesi e l'altro sulla Domiziana a Castel Volturno. Nel primo caso Sebastiano Caterino benché girasse con una auto blindata venne perso. Nel secondo caso l'esitazione di Corrado De Luca alla vista delle forze dell'ordine sulla Domiziana, secondo Iovine, mandò a monte l'agguato. Poi ci fu la decisione di organizzare l'uccisione di Sebastiano Caterino a Santa Maria Capua Vetere dove però Antonio Iovine se ne chiamo fuori: "non entrai né come presenza per i miei affiliati né come organizzatore. Ci furono solo affiliati di Schiavone, Zagaria e Giuseppe Caterino. È vero c'era pure Bruno Lanza, mio uomo ma è il cugino di Enrico Martinelli, ed ogni affiliato era nella disponibilità di tutti", ha chiarito il boss.

Secondo quanto ricostruito dalla Dda verso le 11,40 del 31 ottobre del 2003 vennero crivellati con 50 colpi di arma da fuoco Sebastiano Caterino e suo nipote Umberto De Falco a bordo di una Volkswagen Golf GTI condotta da Caterino. La marcia della vettura venne arrestata da due Alfa Romeo, una guidata da Enrico Martinelli e l'altra a bordo della quale c'era il commando killer a cui avrebbero preso parte Pasquale Spierto e Bruno Lanza (che hanno proceduto con rito abbreviato) che esplose 50 colpi di arma da fuoco (37 proiettili calibro 5,56 e 13 calibro 12) all'indirizzo delle vittime. Per Caterino non ci fu scampo: morì crivellato di colpi. Il nipote Umberto De Falco venne ferito gravemente per poi morire qualche ora dopo l'agguato in ospedale.

L'ordine di condanna a morte per Sebastiano Caterino e suo nipote avvenne dalla cupola casalese ovvero da Antonio Iovine, Michele Zagaria, Giuseppe Caterino, Francesco Schiavone alias Cicciariello che hanno proceduto per la medesima imputazione con rito abbreviato insieme a Giuseppe Misso, Nicola Panaro, Bruno Lanza, Enrico Martinelli, Claudio Giuseppe Virgilio. Iovine ha chiarito il perché della scelta della città di Santa Maria Capua Vetere come teatro dell'omicidio. "Era un luogo dove Caterino si sentiva protetto e dove girava spensierato in strada senza auto blindata". O ninn' ha poi rivelato che benché non avesse partecipato alla condanna a morte di Caterino sapeva che "da Casale c'erano uomini che andavano a Santa Maria presso una abitazione. Sapevo che c'erano degli appostamenti e che cercavano il momento giusto per portare a compimento il piano".

Un fatto di sangue in cui anche uno dei suoi fedelissimi ha preso parte secondo il boss dei Casalesi chiarendo poi la natura dei rapporti con De Luca. "Cominciò con Luigi Venosa poi nel '95 Venosa decise di interrompere i rapporti con il clan. De Luca non condivise ed io uscii dal carcere e si affezionò a me ed io a lui. Insieme abbiamo condiviso molte strategie". Corrado De Luca era il suo pupillo e per il boss a seguito di vicende giudiziarie che videro coinvolto De Luca decise che si doveva allontanare ed andare a Roma dove avviò un'attività di ristorazione . Nonostante la lontananza il suo pupillo, secondo il racconto di Iovine, ogni due o tre mesi gli faceva visita: "De Luca si spostava perché aveva bisogno di incontrarmi. Tornato partecipò secondo quelle che erano le dinamiche del clan".

Un legame mai spezzato tra il boss ed il suo pupillo: "non è mia abitudine attribuire responsabilità e mi auguro che De Luca faccia altre scelte di vita e metta il punto". Corrado De Luca ha reso spontanee dichiarazioni dove ha chiarito la sua mancata partecipazione all'atto finale del sanguinario omicidio di camorra: "Vivevo a Roma, ero sottoposto ad una rigida misura, il mio ristorante all'interno di un circolo sportivo richiedeva la mia presenza costante ed era attenzionato. Le cimici all'interno possono testimoniare che ero lì. Aspetterò i tempi giusti per dimostrare la mia innocenza. So aspettare". Si torna in aula nel mese di febbraio per l'escussione dei collaboratori di giustizia Giuseppe Misso, Francesco Zagaria, Bruno Lanza. Nel collegio difensivo sono impegnati gli avvocati Paolo Raimondo, Giuseppe Stellato, Domenico Della Gatta per gli imputati; Giuseppe Conte, Carlo Iorio, Mauro Iodice per le costituite parti civili.

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