Cronaca

Nicola Schiavone rinnega Sandokan: "Mi ha negato le storie sui rifiuti"

Il collaboratore di giustizia spiega i motivi del suo pentimento: "Credevamo di essere altro ma siamo criminali comuni"

Alcune verità sul clan dei Casalesi che "anche mio padre mi aveva sempre negato". Ha il sapore della rottura familiare la dichiarazione resa da Nicola Schiavone, figlio del capoclan Sandokan, nel corso del processo sugli investimenti del sodalizio nel modenese, nel gioco e nell'edilizia. 

Schiavone nello spiegare i motivi della sua scelta di collaborare con la giustizia circa 2 anni e mezzo fa ha ribadito come abbiano inciso anche "la questione dei rifiuti e di altre storiacce che a noi più giovani venivano nascoste e ci facevano credere, abbiamo creduto di essere un qualcosa di diverso da quello che effettivamente eravamo, cioè dei criminali comuni".

A questo si è aggiunto "il passare del tempo, vedere che la catena familiare anche poteva essere spezzata solo con la collaborazione, vale a dire non dare anche alle generazioni successive alla mia lo stesso tipo di futuro che ho avuto io, ho deciso di collaborare per mettere un punto e anche per far capire ai ragazzi esterni dal clan, chi era affascinato dalla figura del camorrista, che alla fine poteva essere anche Nicola Schiavone figlio di, ma la sorte era sempre la stessa, era una gloria effimera e quindi non era un futuro apprezzabile né una vita dignitosa", ha detto al pm Maurizio Giordano in aula. 

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