Cronaca Aversa

Decine di incarichi alla compagna del giudice indagato, ma al telefono la definiscono "una capra"

Il retroscena spunta nelle carte del tribunale del Riesame che ha accolto la richiesta della Procura di arrestare Enrico Caria

Perché uno studio professionale di rilevanza internazionale con centinaia di legali operanti su tutto il territorio dovrebbe affidare pratiche ad una “quasi anonima” legale della provincia di Avellino? E soprattutto perché le potrebbe permettere di quintuplicare il proprio fatturato annuale pur ritenendola, testualmente, “una capra”? Sono le domande che si sono posti i giudici del tribunale del Riesame di Roma nell’affrontare la delicata indagine sul giudice Enrico Caria, ex presidente della sezione Fallimentare del tribunale di Napoli Nord con sede ad Aversa (che ha lavorato anche a Santa Maria Capua Vetere e Napoli), e dei plurimi incarichi legali che sono stati affidati, negli ultimi anni, alla compagna Daniela D’Orso.

Il dato che emerge dalle ‘riflessioni’ del tribunale del Riesame che ha accolto il ricorso del pubblico ministero della Procura di Roma sulla richiesta degli arresti domiciliari per il giudice napoletano (congelata in attesa del ricorso in Cassazione) è lampante: secondo i giudici non ci sarebbero motivi se non quelli di “compiacere” un giudice che potrebbe tornare utile per loro. E così si spiega, dunque, anche l’aumento dei compensi di Daniela D’Orso, che passa dai 16mila euro dichiarati nel 2012 ai 75mila del 2016. Con tanti incarichi legali ricevuti da uno studio professionali di Milano, dove, in realtà, non è che le sue “qualità professionali” abbiano fatto breccia. 

In una telefonata del luglio 2017 intercettata dagli inquirenti, Fischetti e Colaci, entrambi dipendenti dello studio professionale, parlano della richiesta della D’Orso di vedersi aumentare il compenso per una pratica seguita, passando da 5mila a 10mila euro. Fischetti commenta così la richiesta del collega: “E’ stata un mese in vacanza e in più abbiamo… ci sono mail di solleciti che lei era sparita, ha letto 4 verbali e li ha commentati in più con grande disappunto da parte di Capitini perché lei non aveva capito una sega. Vabbè, comunque non ti entro nel merito della cosa perché comunque lei è veramente una capra. Però tra me e te diamole 10mila euro e…”.

Ed è proprio su questo punto che riflettono i giudici romani: perché raddoppiare il compenso per un avvocato ritenuto una capra? E la risposta, per il Riesame, non può essere diversa da quella di voler soddisfare l’avvocato che è la compagna del giudice Enrico Caria. Al punto che Colaci sarebbe addirittura disposto a versare la differenza di propria tasca: “Dimmi quello che gli vuoi dare, poi eventualmente se no te lo integro io…”. Una “volontà” che starebbe a manifestare la voglia di compiacere la compagna del giudice che dovrò aiutare i protagonisti in altre faccende. E che per questo, adesso, rischia l’arresto.

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