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La Strada con Tosca e Venturiello, al Gesualdo rivive la magia della favola felliniana

Avellino - Domenica 7 febbraio 2010, alle 18,30, e lunedì 8 febbraio, alle 10,30 per le scuole, al Teatro Carlo Gesualdo rivive la magia della favola felliniana con "La Strada". Ultimo appuntamento con la fortunata rassegna dedicata al Teatro...

Domenica 7 febbraio 2010, alle 18,30, e lunedì 8 febbraio, alle 10,30 per le scuole, al Teatro Carlo Gesualdo rivive la magia della favola felliniana con "La Strada". Ultimo appuntamento con la fortunata rassegna dedicata al Teatro Civile del Massimo Irpino. Lo spettacolo con Massimo Venturiello e Tosca, de La Contemporanea in co-produzione con Compagnia Mario Chiocchio, è tratto dal capolavoro cinematografico di Federico Fellini, premio Oscar nel 1956. lo sceneggiatore del film Tullio Pinelli insieme a Bernardino Zapponi ne fecero un vero e proprio adattamento teatrale che ora diventa un'opera di commovente coinvolgimento, in questa versione proposta dal regista/attore Massimo Venturiello. In questa sfida Venturiello è affiancato da Tosca e l'opera, di commovente coinvolgimento, dona a "La Strada" una dimensione poetica che per forza di cose nella versione orginale mancava (pur mantenendo dialoghi e trama originali). Nella versione teatro/canzone, Venturiello ha scelto come co/autore delle canzoni Nicola Fano mentre le musiche originali sono di Germano Mazzocchetti. La poetica dello spettacolo, è centrata, da una parte, sul rapporto (o meglio sull'impossibilità di un rapporto) tra Zampanò e Gelsomina, sulla loro difficoltà insormontabile di ascoltarsi, e dall'altra, sul mondo in cui essi si muovono (la 'strada', appunto) in mezzo a persone, che forse hanno in comune solo la ricerca disperata del sostentamento. Il collante resterà, come nel film, il Circo, anche se assumerà una valenza narrativa diversa, forse un po' meno naif, a servizio di una messa in scena che si propone di 'mostrare', anche con una certa violenza, la tragedia quotidiana di un'umanità forse meno lontana da noi di quanto pensiamo. La rappresentazione è toccante, sfuggente come i protagonisti nella scena, così diversi eppure così incredibilmente simili da scontrarsi con il muro emotivo del pubblico.Eppure, basta la famosa canzone accennata con la tromba a far cadere ogni barriera, in scena ed in platea. E l'eco del genio felliniano risuona ancora. Lo spettacolo ha ricevuto il PREMIO ETI OLIMPICI del Teatro 2009, come miglior spettacolo musicale dell'anno, consegnato a Massimo Venturiello; come migliore autore di musiche, consegnato a Germano Mazzocchetti; come migliori costumi, consegnato a Sabrina Chiocchio. Così Massimo Venturiello, regista ed interprete de "La strada:
"In una rivista di tanti anni fa, che mi è capitata sotto mano, ho letto che negli anni 40 Fellini, in giro per l'Italia, al seguito di una compagnia di varietà per la quale lavorava, una notte, vedendo una coppia di zingari, che nel più assoluto silenzio, se ne andava in una strada di campagna col proprio carretto (l'uomo tirandolo con una fune e la donna spingendolo da dietro) cominciò a seguirli, a distanza, senza nemmeno sapere perché. Di li a poco si fermarono e Fellini si appostò a spiare. Il silenzio tra i due regnava sovrano. Accesero un fuoco, la donna cucinò qualcosa, poi mangiarono e subito dopo ripartirono, il tutto senza proferire una sola parola ? Fu proprio quel silenzio che diede l'input al regista per la realizzazione di quel grande capolavoro che è "La Strada". Fellini rubò il silenzio di quei due zingari e se lo portò nel suo film facendolo diventare il protagonista assoluto e ancora oggi, a distanza di un cinquantina d'anni, quel silenzio, ci costringe a un ascolto al quale non siamo più abituati e ci racconta tanto. Tra Zampanò e Gelsomina non c'è dialogo, ma solo una serie infinita di domande e risposte mancate. Il filo conduttore della loro storia umana, del loro breve tragico viaggi è proprio il 'non detto'. Ecco quindi che attraverso quanto non riescono a dirsi, scopriamo tutta la disperazione della loro condizione. La diffidenza, il cinismo, l'incomunicabilità, sono la colonna sonora della loro esistenza 'bassa', ai margini della società e della civiltà, ma sono anche il suono della vita di tanti come loro, che ancora oggi troviamo nelle fogne delle nostre metropoli, vicinissimi a noi eppure così lontani, da non essere visti, o meglio da essere ignorati, rifiutati, maltrattati e allontanati.'La strada' di cui parla Fellini è dietro l'angolo di casa nostra, magari sotto un ponte o dietro una stazione, ecco perché questo film ci colpisce ancora, ecco perché ci emoziona ancora la povera Gelsomina, quando viene abbandonata, o il terribile Zampanò, quando piange ubriaco, sulla sabbia, guardando le stelle. Ho voluto mettere in scena questa vicenda, quanto mai attuale, con umiltà e rispetto assoluto nei confronti del grande film, confortato dal fatto che la drammaturgia di Pinelli e Zapponi, pur conservando in parte i dialoghi originari, contiene una propria peculiarità, una propria poetica squisitamente teatrale e confortato anche dall'intervento del maestro Germano Mazzocchetti, che con una dozzina di inediti brani cantati e una partitura musicale creata per l'occasione ci porta necessariamente altrove, spostando l'intera operazione verso un genere diverso, di difficile definizione.Il viaggio dei due protagonisti viene raccontato e cantato da un gruppo di circensi che interagisce con l'azione scenica per 'mostrare' brechtianamente (non a caso la citazione: 'Mostra i denti Zampanò') il tragico accadimento, in modo da stimolarne una riflessione. Intorno a me e a Tosca, rispettivamente Zampanò e Gelsomina, ruota un'umanità altrettanto degradata e marginale, cinica, diffidente e povera. Dalla madre di Gelsomina che incontriamo all'inizio, alla ragazza che per ultima parlerà con Zampanò, tutti, compreso i componenti dello scalcinato circo diretto dallo zingaro Fiore, compreso il funambolo (il Matto), sono personaggi motivati soprattutto dalla fame. Un miserabile microcosmo che si muove in un'atmosfera irreale, sottolineata dalla scena astratta e materica di Alessandro Chiti e dai costumi 'visionari' di Sabrina Chiocchio, come in una favola dolorosa che con leggerezza si propone di scuotere pesantemente la nostra attenzione. Dedichiamo questo spettacolo ai 'randagi' che abitano la strada".

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