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Mercoledì, 21 Febbraio 2024
Cronaca Marcianise

Droga dei Belforte, titolare bar si difende: "Frequentavano mio locale ma non ho mai spacciato"

Alcuni imputati respingono le accuse nel processo in abbreviato ma c'è chi ammette di aver venduto droga "nel periodo milanese"

"Conoscevo Buonanno e Moretta perché venivano nel mio bar ma non ho mai posto in essere attività illecite con loro. Nego ogni cosa". Sono le dichiarazioni rese da Antimo Zarrillo nel corso dell’udienza del processo in abbreviato che si sta celebrando dinanzi al gup Giovanni Vinciguerra del Tribunale di Napoli a suo carico oltre che di altri 24 indagati nell'inchiesta per lo spaccio di droga per i Belforte a Milano.

Sotto processo insieme a Antimo Zarrillo sono finiti Giulio Angelino, Cristian Michele Barbieri, Gianpaolo Barbiero, Giovanni Buonanno, Antimo Bucci, Giacomo Colella, Lucia Cozzolino, Yudi Patricia Cubilla, Giuseppe Di Gaetano, Francesco Edattico, Carmine Farro, Francesco Ferrari, Caterina Iuliano, Pasquale Merola, Giovanni Moretta, Giovanni Porzio, Salvatore Raucci, Edoardo Rocchi, Anna Russo, Antonietta Russo, Antonio Russo, Emanuela Russo, Giuseppe Giacomo Salzillo, Raffaele Sellitto.

Anche Salvatore Raucci ha reso spontanee dichiarazioni ammettendo di aver spacciato nel suo 'periodo milanese'. Si torna in aula nel mese di gennaio per la requisitoria del Sostituto Procuratore Luigi Landolfi della Dda di Napoli. Nel collegio difensivo gli avvocati Nicola Musone, Francesco Liguori, Alessandra Silvestri, Giulia Mancini, Carmen De Meo, Pasquale Acconcia, Francesco Virgone, Alberto Brazzi, Vincenzo Strazzullo, Ettore Traini, Alberto Beltrami, Giuseppe Foglia, Guglielmo Ventrone, Angelo Raucci, Salvatore De Blasio, Carmine Somma, Marco Natale, Gabriele Amodio, Angelica Ruggiero, Alfredo Sorbo, Andrea Piccolo.

Gli indagati sono gravemente indiziati dei reati di associazione dedita al traffico di sostanze stupefacenti, nonché di numerosi episodi di detenzione e cessione di sostanze stupefacenti aggravati dal metodo mafioso, facente capo al clan denominato “Belforte” o anche detto “Mazzacane”. Alcuni avrebbero commesso, inoltre, estorsioni, usura, ricettazione, riciclaggio, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e induzione di falso in atto pubblico. In particolare avrebbero cercato di combinare un falso matrimonio tra un cittadino italiano ed una cittadina straniera previo compenso, con lo scopo di far ottenere il permesso di soggiorno e successivamente la cittadinanza italiana.

Infine, c'è l'accusa di oltraggio alla giustizia, perché Giovanni Buonanno avrebbe minacciato reiteratamente Claudio Buttone, collaboratore di giustizia, utilizzando nei confronti della persona offesa l’influenza criminale e la conseguente condizione di assoggettamento omertoso derivante dalla organizzazione camorristica denominata “clan Belforte”. Tale condotta veniva posta in essere al fine di indurre lo stesso Buttone a rendere false dichiarazioni nell’ambito del dibattimento che si stava svolgendo dinanzi alla Corte di Assise di Appello di Napoli in relazione all’omicidio di Andrea Biancur, nel quale Giovanni Buonanno era imputato. 

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