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Il processo a Venezia

Il processo a Venezia

Debito con la camorra, imprenditore lascia la moglie in ostaggio per pagare il boss

Il processo alla cellula del clan dei Casalesi del Veneto

Lavori non pagati e la pretesa di interessi sulle somme dovute. E' quanto ha raccontato ai giudici il figlio di un imprenditore nel corso del processo alla cellula del clan dei Casalesi del Veneto.

Nel corso dell'ultima udienza, celebrata nell'aula bunker del tribunale di Venezia, il figlio dell'uomo - oggi deceduto - ha ripercorso la vicenda. Secondo quanto raccontato ai giudici un'impresa della galassia di Luciano Donadio avrebbe eseguito dei lavori di manodopera per la ditta della vittima. Lavori che vennero pagati con delle cambiali, poi protestate. Dopo le minacce sarebbe intervenuta la moglie dell'imprenditore per saldare il debito, circa 7500 euro, e coprire gli inreressi. 

Per la Procura, però, il quadro è diverso. Donadio avrebbe inviato Antonio Pacifico e Raffaele Buonanno presso la casa dell'imprenditore che fu costretto a lasciare la moglie in ostaggio per farlo pagare. "Se vedi che fa lo scemo picchialo proprio", si sente nelle intercettazioni. 

Si tornerà in aula a metà per completare l'esame di Vincenzo Vaccaro, il pentito infiltratosi tra le maglie del gruppo criminale. Nel collegio difensivo sono impegnati, tra gli altri, gli avvocati Giuseppe Brollo, Stellato, Antonio Forza, Stefania Pattarello e Gentilini.

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