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Colpi di pistola contro casa del sindaco, sentenze definitive per mandante ed autore | VIDEO

 

I pentiti sono da ritenersi attendibili e le loro ricostruzioni, per questo da prendere in considerazione. Sono le motivazioni con cui la Prima Sezione della Corte di Cassazione (presidente Filippo Casa) ha respinto il ricorso di Nicola Di Martino, 50 anni, e Carmine Lanzetta, 33 anni, accusati di essere mandante ed autore dell’attentato ai danni dell’ex sindaco di Teverola Biagio Lusini.

Negli ultimi giorni sono state rese note le motivazioni della sentenza che ha, dunque, confermato le pene che erano state già inflitte dalla Corte d’Appello: 18 anni ed 8 mesi a Di Martino; 9 anni e 3 mesi per Lanzetta. I due (rappresentati dagli avvocati Carlo De Stavolta e Luigi Senese) rispondevano di accuse diverse. A Di Martino si contestava la partecipazione in qualità di promotore e organizzatore all'associazione camorristica operante nei territori di Teverola e Carinaro, affiliata al clan dei Casalesi; il danneggiamento aggravato, in qualità di mandante, ai danni di Biagio Lusini, sindaco di Teverola, al fine di influenzarlo quale amministratore pubblico; le violazioni in materia di armi per essere stato il danneggiamento attuato mediante esplosione di colpi di pistola contro il portone dell'abitazione del sindaco; l'estorsione aggravata.

A Lanzetta, invece, si contestava la partecipazione all'associazione camorristica, come braccio destro operativo di Di Martino; il danneggiamento aggravato ai danni del sindaco Biagio Lusini, come esecutore materiale (in concorso con Eduardo Rega) e le connesse violazioni in materia di armi; la violenza privata finalizzata a indurre alla falsa testimonianza Raffaele Boccagna (che Lanzetta ha poi confessato). Entrambi gli imputati sono stati condannati anche per la partecipazione ad un'associazione, diversa dalla prima, finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti.

A ricostruire le figure di Di Martino e Lanzetta sono stati diversi collaboratori. In particolare Compagnone aveva indicato il primo come mandante in quanto così gli era stato rivelato da Carmine Lanzetta nell'ora di aria nel carcere di Poggioreale, con annesse spiegazioni del motivo per cui si doveva colpire il sindaco, il quale si era rifiutato di scendere a patti con il clan per la gestione degli appalti, in ciò confermando le dichiarazioni rese da un altro collaboratore, Improda. Nel ricorso di Di Martino si sottolineavano, invece, le dichiarazioni del coimputato Rega, il quale aveva chiamato in causa soltanto Lanzetta come suo complice.

Ma la sentenza della Corte d’Appello, scrivono i giudici di Cassazione, ha “dato una ragionevole spiegazione dei motivi per cui Rega non aveva ritenuto di menzionare Di Martino quale mandante dell'attentato, attribuendo a Rega un atteggiamento parzialmente reticente (non a caso aveva cambiato versione anche in ordine al ruolo del Lanzetta, tentando di circoscriverne la responsabilità). E del tutto logico risulta anche il rilievo per cui un'iniziativa intimidatoria ai danni di un esponente politico non avrebbe mai potuto essere assunta senza il beneplacito del capo-zona”. Per Lanzetta, invece, l’altro collaboratore Laiso lo avrebbe accusato perché aveva motivi di astio nei suoi confronti, ma gli ermellini hanno ritenuto tale ipotesi “del tutto congetturale”.

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