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Giovedì, 1 Dicembre 2022
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Antonio Raimondo, dopo 26 anni i figli attendono ancora “chiarezza” sulla tragedia

Pasquale e Roberta ricordano la morte del padre, poliziotto come loro, la cui vita fu spezzata dalle pale di un elicottero

Ventisei anni spesi a cercare la verità sulla morte del loro padre Antonio Raimondo, poliziotto vittima del dovere. Una verità celata dietro una serie di interrogativi che a 26 anni dal tragico incidente aereo sono rimasti senza risposta.

Era il 18 novembre del 1995 quando Antonio, originario di Grazzanise, ispettore della Polizia di Stato in servizio presso il reparto volo di Napoli, morì falciato dalle pale dell'elicottero (il Poli 51) utilizzato per un soccorso urgente ad un ferito grave che doveva essere trasportato da Procida a Capodichino. Con lui morì anche l'infermiera Gaetanina Scotto Di Pertotolo. In quel giorno, 'maledetto', le condizioni meteorologiche non erano delle migliori: su Napoli il vento spirava a 40 all'ora, con raffiche repentine fino a 80 e più chilometri orari. Sulle condizioni del vento nell'isola di Procida non si poteva sapere nulla, visto che non c'era un anemometro laggiù. Antonio era contrario ad effettuare la missione, ma alla fine cedette e decollò. Atterrato su un terreno viscido e zeppo d'acqua, l'elicottero fece una rullata e poi si fermò, con le pale sempre in funzione, il freno apparentemente non venne innestato. Ma tenere le pale in funzione dopo l'atterraggio era solo la procedura normale adottata dal servizio volo della Polizia. Antonio scese e parlò con il medico. Diverse persone si avvicinarono all'elicottero con la barella. C'erano difficoltà nell'imbarcare il ferito forse per le fortissime raffiche di vento. Ambedue gli sportelloni dell'elicottero erano aperti. Improvvisamente il Poli 51 cominciò a ballare sulle tre ruote, poi un suono come una raffica. E subito dopo le urla fortissime. A terra rimase il corpo mutilato di Antonio Raimondo e quello di Gaetanina.

In occasione del 26esimo anniversario della morte di Antonio Raimondo, i suoi due figli Pasquale e Roberta, entrambi poliziotti in servizio presso la Questura di Caserta (il primo alla Divisione Anticrimine e la seconda all'Ufficio Immigrazione) ricordano quel drammatico incidente. E lo fanno a Casertanews, con il cuore pieno di lacrime. "A distanza di 26 anni non è stata fatta alcuna chiarezza sulla tragedia. Ciò ci fa rabbia perchè nostro padre, amante certamente della Polizia, aveva due figli piccoli a casa e sicuramente non avrebbe voluto morire - affermano Pasquale e Roberta che all'epoca dell'incidente avevano 6 e 5 anni - Ora siamo entrambi genitori e il pensiero di non poter vedere i figli perché non si torna a casa è terribile. Da genitori, oggi dopo 26 anni, abbiamo capito quanto caro gli è costato quel gesto".

Nonostante l'immane tragedia, ancora oggi stampata nei loro occhi, Pasquale e Roberta sono due validissimi poliziotti: "La passione per la Polizia la abbiamo da piccoli - spiegano - perché papà spesso ci portava a lavoro e osservando i mezzi della Polizia rimanevamo a bocca aperta. Il nostro più che lavoro è una passione, che viene da dentro, come se fosse una seconda pelle".

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