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Bibliojazz, la Campania a tutto volume!

Napoli - Giunto al terzo appuntamento annuale, il "Il Maggio dei Libri" (1) è partito all'insegna del claim "Parti con noi, Fuggi con noi e Abbuffatevi", una campagna promozionale a favore della lettura che ci offre anche una buona occasione per...

Giunto al terzo appuntamento annuale, il "Il Maggio dei Libri" (1) è partito all'insegna del claim "Parti con noi, Fuggi con noi e Abbuffatevi", una campagna promozionale a favore della lettura che ci offre anche una buona occasione per parlare di bibliografia jazz, con particolare riguardo per quella campana. Partiamo subito col segnalare una piccola abbuffata di volumi indispensabili per capire e conoscere l'evoluzione di quel nuovo linguaggio musicale originatosi nel Nuovo Mondo a partire dal XVI secolo, frutto dell'incontro tra gli "africanismi musicali" degli schiavi (spiritual, blues, work song) e il "melting pot" del colonialismo; al riguardo non c'è una data d'inizio certa e ufficiale, mentre viceversa, la discografia e la bibliografia jazz possono mettere nero su bianco e fare chiarezza: il 1917, per esempio, è l'anno della prima incisione musicale con un disco a 78 giri realizzato negli studi della Victor a New York ("Livery Stable Blues" su una facciata e "Original Dixieland Jass Band" sull'altra), mentre il 1926 è l'anno delle prime tre pubblicazioni editoriali, quella del francese André Scheffner dal titolo "Le Jazz" (Editions Claude Aveline, Parigi), seguita da quella degli americani Paul Witheman e Marc Bride con il libro "Jazz" (Sears, New York) e del tedesco Alfred Baresel con il volume "Das Jazz-Buch" (Zimmermann, Berlino). In Italia si dovrà aspettare ancora due anni per l'uscita del primo libro, dal titolo "Io, povero Negro" a cura di Orio Vergani (Treves, Milano, 1928), fondatore tra l'altro del primo premio letterario italiano, il premio Bagutta. Da allora la bibliografia jazz (saggistica, critica, informazione, manualistica) e con essa la "jazz literature" (autobiografie e romanzi) si è arricchita di migliaia di titoli, soprattutto di autori francesi, americani, tedeschi e britannici, la maggior parte dei quali scritti negli ultimi tre decenni, da quando cioè a partire dagli anni Settanta il pubblico giovanile si è avvicinato con grande interesse alla musica e al jazz, con i primi raduni di massa, megafestival, concerti e grandi kermesse musicali (come ad esempio "Umbria Jazz", che è nata nel 1972). Se non siamo stati tra i primi a scrivere di jazz o prolifici quanto altri, abbiamo però il merito di aver dato alle stampe nel 1953 la prima opera enciclopedica, a cura di Gian Carlo Testoni, Arrigo Polillo e Giuseppe Barazzetta, dal titolo "Enciclopedia del Jazz" (per le Messaggerie Musicali di Milano) con la collaborazione di Roberto Leydi e Pino Maffei, più Enzo Fresia e Oscar Moiraghi per la parte discografica. Certo è che la varietà e la quantità dei testi pubblicati dal 1926 ad oggi è talmente tanta da domandarsi, come si accennava in apertura, quali libri di jazz siano considerati indispensabili per saperne un po' di più e quali mettere sugli scaffali della propria biblioteca. Risposta alquanto difficile, anche se in verità un elenco di volumi, che la critica e gli addetti al settore considerano imprescindibili per chiunque voglia conoscere, studiare e approfondire la musica jazz, lo possiamo stilare. A cominciare, per esempio, dal libro dello studioso italiano Arrigo Polillo "Jazz" (Mondadori, Milano 1983) che rappresenta un testo fondamentale dal punto di vista storico, come altrettanto lo è quello dei francesi Philippe Charles e Jean-Louis Comolli, "Free Jazz/Black Power" (Einaudi, Torino 1973); se invece si desidera leggere con vibrante emozione le vicende umane ed artistiche di alcuni protagonisti della storia del jazz, allora in cima a tutti troviamo i libri autobiografici di Charles Mingus "Peggio di un bastardo" (Marco y Marcos, Milano 1996) e Billie Holiday "La Signora canta i blues" (Feltrinelli, Milano 1996). Molto interessante è anche la lettura di alcuni testi di carattere sociologico, considerati dagli studiosi delle pietre miliari, come il libro del poeta, scrittore e critico musicale statunitense Leroi Jones, "Il popolo del blues" (Einaudi, Torino 1968), o quello del tedesco Joachim Berendt, dal titolo "Il libro del jazz. Da New Orleans al Free Jazz" (Garzanti, Milano 1973), o ancora i libri del francese Andrè Hodeir, musicista e musicologo, dal titolo "Uomini e problemi del jazz" (Longanesi, Milano 1980) o del cornista e compositore statunitense Gunther Shuller, "Il Jazz classico. Origini e primi sviluppi" (Mondadori, Milano 1978), oppure quello dello scrittore e storico britannico Eric Hobsbawm dal titolo "Storia sociale del jazz" (Editori Riuniti, Roma 1982). Per il genere jazz-fiction, invece, c'è un volume dello scrittore britannico Geoff Dyer, composto da sette racconti dedicati ad altrettanti musicisti jazz, dal titolo "Natura morta con custodia di sax" (Instar Libri, Torino 1997) che gode di grande considerazione da parte della critica specializzata, non solo, visto che è molto amato anche dal pianista Keith Jarrett: "l'unico libro attorno al jazz che ho consigliato ai miei amici - ha detto in proposito - Una piccola gemma contraddistinta anche dal fatto di essere "attorno"' al jazz piuttosto che "sul" jazz. Se un grande assolo è definito dall'intensità con cui il suo materiale è percepito dall'autore, il libro di Dyer è un assolo." Per la serie dei cosiddetti "imperdibili", vi segnalo inoltre la recente uscita, dopo anni e anni dalla loro pubblicazione (colmando così una lacuna perpetuata per troppo tempo), di altri tre libri fondamentali della bibliografia jazz; il primo, dopo più di vent'anni dal suo esordio, ottimamente tradotto, è del critico musicale statunitense Ted Gioia "L'Arte imperfetta. Il Jazz e la cultura contemporanea" (Ed. Excelsior 1881, Milano 2007), il secondo quello della musicologa americana Eileen Southern "La musica dei neri americani. Dai canti degli schiavi ai Public Enemy" (Il Saggiatore, Milano 2007), un volume che ha pochi eguali per completezza, il terzo volume è "La nuova storia del jazz" dell'inglese Alyn Shipton (Einaudi, 2011), nominato libro dell'anno 2007 in Inghilterra per la Jazz Journalist Association. Dopo questa indispensabile carrellata bibliografica, passiamo adesso a parlare di testi che ci riguardano più da vicino, ossia quelli del jazz campano, partendo dalla prima pubblicazione data alle stampe, nel 1962, scritta da Franco Ottata "Il jazz a Napoli" (per l'editore napoletano Di Giacomo) scritta in un particolare periodo di grande fervore jazzistico partenopeo, come la nascita del Circolo Napoletano del Jazz o l'affermazione dei primi esponenti della cosiddetta scuola batteristica napoletana, come Gegè Di Giacomo, Gegè Munari, Lino Liguori o Antonio Golino (memorabile il suo concerto a Milano nel maggio del 1960 con il trombettista Chet Baker, che ebbe parole di grande elogio nei suoi confronti legittimandone l'affermazione sulla scena nazionale). Nove anni dopo l'uscita di questo libro, il giornalista Enrico Cogno presenta nel mitico locale Music Inn di Roma, allora agli inizi della sua attività di jazz club, il libro "Jazz Inchiesta Italia" per l'editore Cappelli di Bologna (1971) . Un testo - come scrive l'autore nella prefazione - capace di indagare il jazz con la curiosità di "un racconto giornalistico formato dalle testimonianze di musicisti, critici, attori, studenti, tutte piastre di un mosaico alternate in modo solo apparentemente casuale, una sequenza che del jazz ha il ritmo e la visceralità". Tra i vari ritratti musicali proposti da Cogno, c'è anche quello del sassofonista napoletano Mario Schiano, allora vera anima del free jazz italiano fino a diventarne poi un'icona, che ha avuto il merito, insieme ad altri suoi colleghi, come ad esempio il trombettista Enrico Rava, di affermare una via italiana al jazz, affrancandolo da quello americano. Bisognerà però aspettare il volume del musicologo Francesco Martinelli "Mario Schiano. Discografia" (Bandecchi & Vivaldi Editore, Pontedera 1996), per leggere una monografia sul sassofonista napoletano, poi romano d'adozione. Infatti il testo è qualcosa più di una normale discografia, con un piccolo saggio di dodici pagine, che mette a fuoco la carriera del sassofonista nel contesto del jazz nazionale, elevandone la leadership sia come provocatore culturale, sia come uomo faro del movimento free jazz italiano. C'è ancora un altro volume su Mario Schiano, pubblicato esattamente dieci anni fa a cura del giornalista brindisino Pierpaolo Faggiano (drammaticamente scomparso due anni fa) dal titolo "Un cielo di stelle. Parole e musica di Mario Schiano" (Manifestolibri, Roma 2003 + CD), intriso di racconti narrati in prima persona dal sassofonista, che riesce a stabilire con l'autore del libro un grande interplay, insieme ripercorrono date e memorie di molti concerti e incisioni discografiche, si dispensano opinioni su tutto il mondo del jazz, specie quello italiano, si ricordano le tante emozioni musicali vissute, fra tutte quelle con lo storico Gruppo Romano Free Jazz, regalando così un documento prezioso per tutta la bibliografia jazzistica italiana.. Nel CD che è allegato al libro, c'è la colonna sonora che Mario Schiano firmò per "Apollon, una fabbrica occupata" di Ugo Gregoretti (1969), insieme al compianto contrabbassista Marcello Melis ed il percussionista Marco Cristofolini. I prossimi due libri scritti nei primi anni Ottanta da uno dei più noti critici italiani di jazz, Franco Fayenz, sono stati i primi omaggi postumi - anche se non a carattere monografico - all'arte del pianista italoamericano Lennie Tristano (originario di Aversa, nel casertano), scritti a distanza di pochissimi anni dalla sua scomparsa avvenuta il 19 novembre 1978. Il primo libro, corredato da belle foto di Roberto Masotti, ha per titolo "Jazz & Jazz" (Laterza, Bari 1981) ed è una raccolta di diciassette interviste fatte da Fayenz ad altrettanti "mostri sacri" della storia del jazz nell'arco della sua (allora!) trentennale carriera, da Earl Hines a Max Roach, da Ornette Coleman a Sun Ra, a Martial Solal, a Friedrich Gulda e altri ancora, ma è soprattutto quella fatta a Lennie Tristano che colpisce per la sua drammaticità in un momento davvero molto critico per il pianista. E' una difficile intervista fatta a più riprese tra il 1977 e l'anno successivo resa possibile grazie alla paziente amicizia e alla predilezione artistica di Fayenz per Tristano, sin dai primi anni '60, che lo porterà ad essere non solo uno dei suoi massimi studiosi, ma in qualche occasione anche suo promoter in Italia, come quando gli organizzò a Padova, nel 1965, il primo concerto di solo piano. Provò perfino a convincerlo a fare un disco con pezzi inediti che Tristano diceva di avere nel cassetto (e c'erano almeno due case discografiche in Europa a sostenere il progetto) e dopo una lunga ed estenuante trattativa, il 14 novembre 1978, con una lettera Tristano accettò l'invito di Fayenz, impegnandosi anche a mandare i suoi nastri che aveva preparato, ma a una sola condizione, quella cioè di pubblicare il tutto non prima del maggio 1979. La lettera arrivò sei giorni dopo, il 20 novembre, due giorni dopo la sua improvvisa morte. Il secondo libro di Franco Fayenz "Il nuovo jazz degli anni '40" (Lato Side Editori, 1982), rappresenta un'acuta analisi sulla svolta al jazz moderno che si ebbe a metà degli anni Quaranta, puntando l'attenzione su tre figure chiave di quegli anni: i sassofonisti Lester Young e Charlie Parker e, appunto, il pianista Lennie Tristano. Nel libro ci sono ottime illustrazioni, le discografie dei tre musicisti, più una serie di schede/ritratti di altri protagonisti di quella svolta, come Miles Davis, Dizzy Gillespie, Lee Konitz, Jimmy Giuffre, Theloniuos Monk, Gerry Mulligan ed altri ancora. Ma è solo negli anni successivi che Fayenz scandaglierà con acuta analisi tutta l'arte di Tristano con due pregevoli volumi: nel 1995 scriverà il libro "Lennie Tristano: un mito, un maestro, quasi un santone" (Ed. Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Roma 1995), che allora rappresentò il secondo volume analitico pubblicato al mondo, dopo il saggio del francese Francois Billard (Editions du Limon di Montpellier, 1988). Nel libro di Fayenz, c'è una preziosa prefazione dell'altosassofonista Lee Konitz, allievo di Tristano negli anni della svolta, che analizza il genio artistico del pianista anche attraverso un dialogo critico con il nostro Franco D'Andrea; c'è inoltre una discografia ben curata da Roberto Balocco e Luciano Viotto e varie illustrazioni storiche. Nel novembre 2006, a completamento di quest'opera di analisi artistica e umana, arriva un secondo volume che Fayenz scrive assieme al direttore d'orchestra, compositore e musicista Riccardo Brazzale, dal titolo "Lennie Tristano. Il Profeta incompreso" (Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri, Viterbo 2006), corredato da un CD audio, nel quale sono contenuti alcuni dei più noti temi di Tristano, più rarità e inediti. Mentre con Riccardo Brazzale l'attenzione si focalizza più su un discorso musicologico, con un'analisi compiuta sull'artista e sulla sua opera, il contributo di Fayenz, invece, ha riguardato soprattutto la vicenda umana del musicista, grazie alla storica conoscenza personale con l'artista. Altri due importanti libri su Lennie Tristano sono stati scritti nel corso del passato decennio; uno dal contrabbassista Peter Ind dal titolo "Jazz Visions. Lennie Tristano and his Legacy" (Ed. Equinox, Londra 2005 ), un volume pieno di emozioni, ricordi, segreti, storia della New York degli anni '50, analisi tecnico-teoriche sulla centralità del musicista Tristano e la sua importanza nella musica del Novecento, puntualizzando il fatto che Ind, oltre ad essere un musicista, è stato uno dei suoi primi allievi, a partire dal 1951. Nel marzo 2007, anche se tardivamente, gli Stati Uniti rendono omaggio alla figura di Tristano pubblicando per la prima volta un volume curato dal musicologo Eumni Shim, al suo esordio come scrittore, dal titolo "Lennie Tristano: la sua vita in musica" (Ed. University of Michigan Press), riscuotendo un buon successo da parte della critica statunitense, in virtù di uno studio musicologico accurato, basato anche su giudizi musicali espressi da alcuni allievi di Tristano; ci sono altresì, trascrizioni e commenti tecnici di assoli estrapolati da brani famosi di Tristano. Bene, chiusa questa parentesi italoamericana su Lennie Tristano, torniamo in Campania parlando di un volume che negli anni '90 ha puntato i suoi riflettori sulla scena jazz a Napoli, stiamo parlando di "Le lingue di Napoli" di autori vari (Ed. Cronopio, Napoli 1994), dove accanto a capitoli dedicati alla vita culturale di quegli anni della città, ci sono due saggi musicali di Pasquale Scialò e Pietro Mazzone che fanno riferimenti anche alla locale "nouvelle vogue" jazzistica. Nello stesso anno esce un altro libro, anch'esso a cura di autori vari, dal titolo "Parole & Musica: idee jazz dal Sud italiano" (Orsara Musica, Orsara 1996), con l'intento di offrire un resoconto sull'attività musicale jazz nel Mezzogiorno d'Italia, frutto di una collaborazione fra vari enti, come l'Amministrazione Provinciale di Foggia, e associazioni come Orsara Musica, SISMA, A.N.D.J., AMJ e Associazione T.Monk di Campobasso. Nel libro trovano spazio opinioni varie di addetti al settore ed interventi critici che analizzano il tema da varie angolature, mentre nella rilevante seconda parte, vengono proposte partiture musicali (con riferimenti a specifici dischi) dei maggiori protagonisti della composizione jazz di estrazione meridionale, dal pianista palermitano Salvatore Bonafede al trombettista sardo Paolo Fresu, dal pianista Gianni Lenoci al sassofonista Roberto Ottaviano, entrambi baresi, fino ai musicisti e compositori campani come il chitarrista Pietro Condorelli, i fratelli Luciano ed Enzo Nini (quest'ultimo era l'allora Presidente dell' A.N.D.J. , Associazione napoletana diffusione jazz), rispettivamente sassofonista e clarinettista, più altri ancora. Ma volete sapere qual è stato il primo libro di storia sul jazz a Napoli e in Campania? E' del 1999 e il titolo è "Vesuview jazz" (Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli) a cura di Gildo De Stefano, giornalista già autore di altri testi del genere. La prefazione del volume è di Renzo Arbore e si va dagli anni Venti sino agli anni Novanta, attraversando tutto il secolo scorso, partendo da Giacomo Polverino (classe 1914) che è stato il miglior trombonista della seconda generazione del jazz italiano, assieme a Clinio Bergamini e Nello Digeronimo; dopo la parentesi del periodo fascista, che considerava il jazz come musica del diavolo, è soprattutto con i V-disc della Seconda Guerra Mondiale (i cosiddetti dischi della vittoria), che il jazz a Napoli inizia a sfornare tanti talenti come Gegè Di Giacomo, Lino Liguori, Gegè Munari, Antonio Golino, e via via negli anni '60-'70, da Mario Schiano, a Tullio De Piscopo, da Daniele Sepe a Pietro Condorelli, Maria Pia De Vito, Enzo Nini e tanti altri ancora. Il tutto documentato anche da belle foto. Cinque anni dopo questa pubblicazione, arriva un altro volume storico intitolato "Il jazz a Napoli - dal Dopoguerra agli anni '60" (Alfredo Guida Editore 2004) di Diego Librando, che analizza circa un ventennio di jazz a Napoli partendo dal Secondo Dopoguerra e riscuotendo un lusinghiero giudizio della critica, fino a ricevere anche il "Premio Montanelli 2005" perché l'autore «ha saputo - come si legge nella motivazione - ricostruire in modo originale e vivace una pagina di storia del Novecento restituendoci aspetti della vita musicale napoletana in un periodo di profonde trasformazioni sociali e culturali della sua città e del contesto italiano. Con una scrittura chiara e incisiva, è riuscito a dar voce ai numerosi protagonisti di una vicenda ancora oggi poco nota». Sempre nel 2005 arrivano tre volumi a parlare della vita artistica e umana di altrettanti protagonisti della scena musicale partenopea (jazz compreso), rispettivamente James Senese, Joe Amoruso e Antonio Onorato; con "Je stò ccà. James Senese" (Guida Editori, Napoli 2005), il giornalista Carmine Aymone, con la prefazione di Roberto De Simone, rende omaggio al fondatore del movimento "Neapolitan Power" degli anni Settanta e lo fa insieme al diretto interessato, il quale racconta e svela molte cose di quel fecondo periodo musicale (con i gruppi Showman e Napoli Centrale, con Gil Evans, Lester Bowie, Don Moye, Pino Daniele, ecc.) e della sua carriera artistica, che così sintetizza nel libro: "Sono nato nero e sono nato a Miano, suono il sax tenore e soprano, lo suono a metà strada tra Napoli e il Bronx, studio John Coltrane dalla mattina alla sera, sono innamorato di Miles Davis, dei Weather Report e in più ho sempre creato istintivamente, cercando di trovare un mio personale linguaggio, non copiando mai da nessuno?il mio sax porta le cicatrici della gioia e del dolore della vita." A far da cornice al tutto ci sono delle belle foto e un CD audio. Con il libro "Accordati con me. Le alchimie della musica" (Sigma Libri, 2005), anch'esso accompagnato da un disco per piano solo (tranne la traccia 4 con Antonio Onorato), Joe Amoruso, pianista, tastierista e compositore della scuola jazzistica napoletana, ha coronato un sogno che inseguiva da anni: "da molto tempo accarezzavo l'idea di ripescare tutti gli appunti scritti in venticinque anni e più di carriera musicale per riordinarli insieme, con un certo criterio, in un unico "contenitore". Riunirli in un libro, poi, oltre che un desiderio, rappresentava un'intima necessità, il dilemma era se raccogliere tutto il materiale in un solo volume, oppure scriverne diversi in tappe successive secondo una ripartizione specialistica, dedicata di volta in volta all'argomento da trattare". Anche qui Amoruso, come Senese, racconta la sua parabola artistica con aneddoti, storie, curiosità, come ad esempio quella del metodo per calcolare, secondo precisi numeri astrologici legati alla data ed al luogo di nascita di ciascuno di noi, progressioni numeriche che, riportate in scale musicali, rappresentano la musica personale di ognuno di noi; ogni musica, a sua volta, puo' essere intrecciata con quella di altri per riscontrare le affinita' tra le persone. Di tutt'altro genere, cioè introspettivo, enigmatico, riflessivo e ancor più spirituale, è il libro del musicista, compositore e chitarrista jazz Antonio Onorato "Vento nelle mani musica nel cuore" (Sigma Libri + CD allegato), che si avvale della collaborazione, in qualità di co-autore, di Michele Miscia, giornalista, scrittore ed appassionato d'arte, con il quale interloquisce su molti argomenti di varia estrazione. Disco + libro anche per "Naples Power" degli A-67 (Universal, 2012) omaggio alla cultura e alla storia musicale del Neapolitan Power di fine anni '60 e '70, realizzato con il patrocinio del comune di Napoli e con la partecipazione di 50 tra i maggiori artisti e scrittori napoletani, tra cui Roberto Saviano, Valeria Parrella, Pino Aprile e Carlo Lucarelli per un grande incontro tra letteratura e musica. Nel disco vi partecipano, tra gli altri, 'O Zulù, Joe Amoruso, Edoardo Bennato, Tullio De Piscopo, Franco Del Prete, Teresa De Sio, Maria Pia De Vito, Tony Esposito, Piero Gallo (mandola), Enzo Gragnaniello, Pietra Montecorvino, Raiz (voce), Angelo Romano (tammorra), James Senese, Lino Vairetti (cori), Andrea Verdicchio (sax soprano), Rino Zurzolo (contrabbasso) e altri ancora. Sulla figura dell'autore di "Tu vuò fa l'americano", alias Renato Carosone, fino a un anno e mezzo fa non si era scritto più di tanto e per giunta senza particolare approfondimento; a riempire questo vuoto con un volume completo ci ha pensato uno dei suoi più validi studiosi, il giornalista e critico musicale napoletano Federico Vacalebre con il libro "Carosonissimo: storie dell'americano di Napoli e dei suoi figli, nipoti e pronipoti" (Arcana, Roma 2011). Tutte le ricerche fatte da Vacalebre hanno confermato, se ce ne fosse ancora bisogno, la sua grande statura musicale, testimoniata da dodici artisti che nel libro parlano di lui come il principale riferimento stilistico per tanti artisti napoletani; vi sono inoltre saggi e documenti su vari momenti della sua carriera musicale e su alcuni suoi compagni di viaggio come il batterista Gegè Di Giacomo o i parolieri Nisa e Buonagura, più un'ampia discografia, filmografia, bibliografia e materiale iconografico di sicuro interesse. Un volume molto originale e a tratti esilarante. Come quello del sassofonista napoletano Daniele Sepe "Canzoniere illustrato" (libro + CD distribuito da Lucky Planet-Edel) un volume sui generis di 106 pagine con la copertina disegnata da Altan, formato da 12 fumetti/storie e altrettanti brani musicali eseguiti, oltre che dal sassofonista Sepe, da una validissima schiera di musicisti di varia estrazione e provenienza etnica che affrontano un repertorio di canzoni internazionale. I disegni sono stati realizzati da bravissimi maestri del colore come Mauro Biani, Squaz, Kanjano, Akab, Kranti, Rosaria Cefalo, Shaone, Fulvio Cozza, Giuseppe Guidadi, Antonino Iuorio, Marcella Brancaforte, Tony Afeltra, Enzo Troiano, Giuseppe Guida, Luigi De Michele. La giovane scrittrice e laureanda in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II", Alessandra Farro, è nata a Napoli nel 1991 ed ha sempre sognato di scrivere un libro sul jazz, uno dei suoi amori assieme alla letteratura e i vecchi film; l'anno scorso ha coronato il suo desiderio con il suo primo romanzo intitolato "Il Bianco, il Nero e il Jazz" (Tullio Pironti Editore, 2012), storia di una band musicale di indie rock, i Pleasure, quattro ragazzi che dopo aver raggiunto la notorietà si trovano a vivere tutti insieme il delicato passaggio tra l'adolescenza e la maggiore età attraverso una serie di esperienze e situazioni rocambolesche di musica, amori, e rapporti interpersonali che, sullo sfondo di un appartamento, segneranno la crescita formativa di ognuno di loro e la vita musicale del gruppo?. A conclusione di questo viaggio bibliografico sul jazz campano, vi segnalo ancora due titoli, scritti da altrettanti autori campani, avellinese il primo e napoletano il secondo, che con la loro opera hanno contrassegnato il felice incontro tra la bellezza ancestrale della poesia e la musica jazz.
Quello del quarantatreenne poeta Domenico Cipriani di Guardia Lombardi (Av), ha per titolo "Il continente perso" (Fermenti, Roma, 2000) ed è stato il libro d'esordio con il quale ha vinto il premio Camaiore "Proposta 2000" e la segnalazione al premio "Eugenio Montale 2000"; dopo la nota introduttiva di Paolo Pirilli, c'è quella del trombettista jazz Paolo Fresu che a un certo punto dice: "Non credo di sbagliare nel dire che è ancora il Jazz, attraverso il linguaggio della poesia, lo strumento del riscatto di Domenico Cipriano. Un jazz alcune volte accarezzato, sussurrato, alcune volte imposto o volutamente sottolineato nella forma ritmica del testo o nell'apparente casualità e consequenzialità di un ordine fonetico della parola". Il "jazz feeling" di Cipriani era iniziato attivamente già nel 1993, quando aveva ideato e portato avanti per dieci anni il festival jazz "Evening Song" ; nel 2004 ha dato origine ad un altro progetto, sempre frutto del connubio jazz e poesia, dal titolo JP band registrando anche un CD "Le note richiamano i versi" (AbeatRecords, 2004) con i jazzisti Enzo Orefice (p.) Piero Leveratto (cb.) Ettore Fioravanti (batt.) e l'attore Enzo Marangelo, più le foto di Enzo Eric Toccaceli e una nota critica di Giorgio Rimondi. Nel 2010 dà alla luce ancora un altro progetto dal titolo "Lampioni" dove a recitare le sue poesie è la sua stessa voce, accompagnata dalla musica del trio "Pianopercutromba" con Fabio Lauria (tast.), Carmine Cataldo (tr.) e Paolo Godas (cb.); sono riflessioni in musica sulle tante problematiche della vita attuale, fatte attraverso la metafisica dei lampioni stradali. Anche la multimediale poesia del puteolano Carmine Lubrano, curatore di una collana di jazz-poetry (2), alimenta da anni un'interessante discorso d'interazione con la musica jazz, in virtù di una sorprendente e innovativa forma che dà alle immagini e alle fotografie, per l'originalità della grafica, per il particolare incrocio linguistico tra napoletano e italiano, che sfocia in una lingua a tratti bassa, difficile, sporca, ma anche sontuosa e arcaica; e lo fa sia con "live performances", soprattutto con il sassofonista Rino Zurzolo, sia con opere più articolate e originali come questo libro-CD-oggetto d'arte (Lubrano non è nuovo a creare "libri d'artista"), confermando l'originale e particolare veste grafica e la confezione del libro, dal titolo "PoemAverno" (Napoli, 2000 + CD allegato) arricchito della presenza musicale, oltre che di Rino Zurzolo, dell'arcigno sax tenore di James Senese, Valentina Crimaldi (flauti) Pino Iodice (tast.) Peppe Sannino (perc.); ospite speciale del progetto, il grande poeta contemporaneo Edoardo Sanguuineti. Jazz e Poesia, un incontro/scontro che per Lubrano rappresenta una sfida con la realtà storica del momento, una sfida a tratti tragicomica, che vede da una parte la sua teatrale gestualità e il ritmo della sua voce, dall'altra le sonorità mediterraneo-napoletane di Zurzolo e soci. Una poesia non sempre facile, ma in continuo dialogo con la magia della musica, a volte malinconica, ma anche protesa al futuro.

N O T E
(1)"Il Maggio dei libri" è una campagna nazionale nata tre anni fa grazie ad una sinergica collaborazione tra il Ministero dei Beni e le Attività Culturali, l'Associazione Italiana Editori, l'Alto Patronato del Presidente della Repubblica il patrocinio della Commissione Nazionale Italiana per l'UNESCO, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Unione delle Province d'Italia e Associazione Nazionale Comuni Italiani. Il fine è quello di promuovere il valore personale e sociale della lettura come elemento imprescindibile di crescita culturale e civile.(2)Giorgio Rimondi, studioso di letteratura e cultura afroamericana, ha definito la jazz-poetry come "quell'ambito della scrittura creativa che gli studiosi chiamano col termine di jazz fiction", ma molti critici, ancora oggi, trovano difficile definire la jazz-poetry, anche se diversi studiosi riconoscono che essa deve imitare la musica jazz nel suo ritmo e nello stile. Ma è soprattutto con la metrica blues, discendendo questa dall'arte dello storytelling che metteva in versi le storie, che ad alcuni poeti nordamericani intravidero agli inizi del secolo scorso, la possibilità di fusioni tra musica nera e poesia. Uno dei fautori di questa novità, quella cioè di affrontare la poesia con l'accompagnamento musicale, nello specifico da un pianoforte jazz (quello di James P. Johnson) fu Langston Hughes (1902-1967), non a caso considerato il padre della jazz-poetry, anticipatore delle cosiddette "performance" e soprattutto di progetti più complessi documentati con registrazioni su disco.

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