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Nuova pubblicazione sul brigantaggio: 'Viva il Re, Abbasso la Nazione. Storie di briganti di Terra di Lavoro'

Caserta - In Viva il Re, abbasso la Nazione. Storie di briganti di Terra di Lavoro Angelo D'Ambra propone al lettore la ricostruzione integrale di talune vicende del cosiddetto "brigantaggio" postunitario da lui considerate particolarmente...

In Viva il Re, abbasso la Nazione. Storie di briganti di Terra di Lavoro Angelo D'Ambra propone al lettore la ricostruzione integrale di talune vicende del cosiddetto "brigantaggio" postunitario da lui considerate particolarmente significative. Esse, infatti, ebbero luogo in una provincia di importanza strategica, data la posizione di confine della Terra di Lavoro, collocata tra lo Stato Pontificio e il Regno di Francesco II di Borbone. In quel peculiare contesto, inoltre, emerge con maggiore chiarezza la complessità del fenomeno dell'insurrezione contadina che divampò nelle Due Sicilie dopo l'invasione garibaldina e sabauda. Nel brigantaggio, secondo D'Ambra, è possibile ravvisare "sia la componente politica, sia quella sociale, che quella delinquenziale che, con flebile chiarezza, si distinguono nel tempo intrecciandosi a spinte individuali".
Muovendo da tali premesse, lo studioso analizza le rivolte scoppiate nel territorio nolano negli stessi giorni della battaglia del Volturno, l'attività delle bande di Domenico Coja - detto "Centrillo" - nel mandamento di Rocchetta, di Pietro Trifilio - detto " 'O Calabrese" - sul Matese, di Angelo Pascarella nel Casertano e di Nicola Santillo, responsabile della reazione di Calvi. D'Ambra, inoltre, dà uno sguardo alla strategia politico-militare delle bande Santaniello, Civitillo, Di Mundo, Campagna e Padresanto, che si batterono strenuamente per animare la guerriglia antisabauda.
L'intento che muove lo scrittore è quello di "approfondire l'esame delle ragioni e delle forme della mobilitazione antiunitaria, contro quel modo di ragionare lombrosiano, ancora oggi vincente nel mondo accademico, che vorrebbe il brigante semplice delinquente assetato di saccheggio".
Questa tesi è a tutt'oggi ostinatamente ignorata da una certa cultura universitaria che non si arrende nemmeno di fronte all'evidenza e al semplice buonsenso. Tuttavia ad Angelo D'Ambra riesce perfino facile corroborarla attraverso la semplice lettura delle fonti archivistiche, tratte dai fondi Alta Polizia, Processi politici e di brigantaggio e Prefettura dell'Archivio di Stato di Caserta. I dati ricavati dallo studioso si fondano esclusivamente sulla documentazione sopravvissuta e conservata. D'Ambra lascia che siano le carte a parlare: non interviene per suggerire indebitamente al lettore questa o quella diversa interpretazione dei fatti e delle parole. Il suo dovere di storico si limita al compito di evidenziare, con opportuni sintetici commenti, conclusioni già maturate nella mente di chi legge. Sicché non si ravvisano in lui tracce di animosità o di partigianeria allorché afferma, con onestà e semplicità, che le analisi delle fonti superstiti "rivelano un esteso movimento politico diretto contro le proprietà e le persone dei possidenti. In seno ai gruppi irregolari organizzati i contadini erano la forza prevalente e le altre categorie sociali erano in netta minoranza. I soldati, spesso provenienti dallo stesso ceto, furono fortemente influenzati dalle rivendicazioni sociali". La mancanza medesima di un progetto politico chiaro che emerge dallo studio del brigantaggio in Terra di Lavoro dimostra, paradossalmente, proprio la natura essenzialmente politica di tale fenomeno. Infatti - argomenta D'Ambra - se i "cafoni" in lotta non concentrarono le loro forze in un attacco organizzato e sistematico contro la borghesia locale, per strapparle il possesso e l'uso della terra o per rivendicare i terreni demaniali usurpati e il ripristino degli usi civici, "fu perché le attenzioni principali si concentrarono sul ritorno del Re che avrebbe risposto a simili esigenze".

Con ciò l'autore non intende affatto negare gli eccessi e le esplosioni di furia omicida in cui, talvolta, sfociò l'avversione popolare contro i "galantuomini" filogaribaldini; il suo intento non è, infatti, quello di sanzionare o - all'opposto - di giustificare moralisticamente i misfatti perpetrati dall'una o dall'altra parte. D'Ambra compie, piuttosto, uno sforzo di contestualizzazione di queste vicende nel quadro di una vera e propria "guerra civile", accompagnata dalle crudeltà che siffatto genere di conflitto reca sempre, inevitabilmente, con sé.
Tale impegno storiografico detta all'autore il suo metodo, come egli stesso esplicita in forma chiara e aperta alla fine dell'opera. Pur non disprezzando le fonti diaristiche riguardanti il periodo trattato, D'Ambra insiste sull'opportunità di fondare la narrazione storica, piuttosto, sui documenti e sulle testimonianze scritte, comprese quelle processuali, di coloro che vissero direttamente le vicende oggetto di ricerca: "È assolutamente necessario studiare i documenti dell'epoca in maniera estremamente minuziosa, porre i risultati alla luce dell'esame critico e lasciare, infine, al lettore esemplificazioni pertinenti e ben circostanziate".

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