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071812_lavanderia_industrialee

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Adriana, la 51enne costretta a lavorare e ammalarsi per campare

Aversa - Ammalarsi e non poter far niente per evitare l'aggravamento delle proprie condizioni. A rischio c'è il lavoro, la vita di altre persone. Sembrerà assurdo, o forse no, ma ancora oggi - nonostante l'ampia normativa a tutela del lavoratore -...

Ammalarsi e non poter far niente per evitare l'aggravamento delle proprie condizioni. A rischio c'è il lavoro, la vita di altre persone. Sembrerà assurdo, o forse no, ma ancora oggi - nonostante l'ampia normativa a tutela del lavoratore - la vita di un operario sembra valere, in alcuni casi, molto meno di un interesse economico. E c'è chi tace, chi - per preservare il proprio ruolo nell'azienda - omette di fare semplicemente il proprio dovere, come constatare - per esempio - l'evidenza di un danno biologico derivante dalla continua esposizione a prodotti chimici. E' la storia di Adriana Pastore, 51 anni, originaria del napoletano, costretta a trasferirsi da Aversa a Licola per estraniarsi dalla vita civile, da quel mondo che la costringe a sofferenze lancinanti. La donna, dipendente - con mansioni di operaia - di una società di lavanderia industriale, è quotidianamente colta da crisi respiratorie. E' costretta a continue iniezioni di cortisone. Anche un deodorante, un sapone particolarmente profumato, in generale qualsiasi prodotto frutto di composizioni chimiche, può determinarle una crisi. Assunta in azienda undici anni fa, la donna ha finora lavorato in aree chiuse, esposta a fluidi in pressione, svolgendo gran parte del proprio impiego nel reparto di sterilizzazione. Nell'aprile del 2011, viene colta da un episodio acuto di dispnea all'interno del suo reparto. Viene soccorsa dal personale del 118 e trasferita in ospedale. Inizia il calvario di Adriana Pastore. Dopo il ricovero, ritorna al lavoro. Così come farà anche in seguito. Sta male, le sue condizioni peggiorano. E' sempre più frequentemente viene colta da crisi respiratorie. Produce in azienda referti clinici, ma il medico del lavoro - in più occasioni - sottovaluta il caso, e la costringe a ritornare nel suo stesso settore. Le polveri di cotone, i gas, i vapori e gli agenti chimici utilizzati come detergenti e sterilizzanti aggravano le sue condizioni. L'effetto è una pneumoconiosi, che - già di per sè - determinerebbe l'impossibilità di impiegare il dipendente negli stessi luoghi. Della sua collocazione in aree maggiormente ventilate e meno esposte agli agenti chimici, l'azienda non ha però fatto cenno. E adesso la donna, concluso il periodo di malattia, dovrà ritornare in azienda. Altrimenti, rischia il licenziamento. Ma, peggio ancora, rischia la morte.

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