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L'ex vescovo di Alife-Caiazzo Valentino Di Cerbo

L'ex vescovo di Alife-Caiazzo Valentino Di Cerbo

L'ex vescovo condannato con la perpetua ed il marito per i soldi spariti dal conto di un anziano sacerdote

Accusati di circonvenzione di incapace. La Procura: "Il gip ha concordato con le nostre indagini"

L’ex vescovo della Diocesi di Alife-Caiazzo Valentino Di Cerbo è stato condannato, col rito abbreviato, insieme alla sua perpetua Rosa Cristina D’Abrosca ed il marito di quest’ultima, Govanni Fevola, per il reato di circonvenzione di incapace aggravato dal danno patrimoniale di rilevante gravità e dell’abuso di relazione domestiche, perpetrato in concorso tra di loro ai danni dell’anziano sacerdote Giuseppe Leone, poi deceduto nel corso del processo.

In queste ore sono state rese note dal gip del tribunale di Santa Maria Capua Vetere ha depositato le motivazioni della sentenza. Secondo quanto riportato dal giudice, il vescovo Di Cerbo, abusando della propria autorità derivante dall’essere vescovo della diocesi di Alife-Caiazzo, Cristina D’Abrosca, abusando della sua qualità di aiutante domestica di Leone, e Giovanni Feola, “perfettamente a conoscenza delle mansioni svolte della moglie”, al fine di procurarsi un ingente profitto “approfittando dello stato di deficienza psichica dell’anziano sacerdote Giuseppe Leone, le cui capacità di autodeterminazione e comprensione erano fortemente compromesse a causa della grave lacuna mnesiche riscontrate, inducevano il prelato a compiere movimentazioni finanziarie nonché atti traslativi di natura patrimoniale in loro favore per un importo complessivo di 894.636 euro”. Ciò avveniva tra il 2012 ed il 2013.

In un giudizio precedente, i due coniugi erano stati assolti dal tribunale di Santa Maria Capua Vetere dalle accuse mosse nei loro confronti in relazione all’appropriazione di ulteriori somme di denaro ai danni di Giuseppe Leone, ma le indagini successive relative ad altre condotte di circonvenzione contestate sia aio coniugi che al vescovo hanno invece condotto alla donano di tutti e tre gli imputati.

“Il gip - ha commentato in una nota il capo della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere Maria Antonietta Troncone - ha ritenuto pienamente convincente il materiale probatorio raccolto durante la fase investigativa dalla compagnia dei carabinieri di Piedimonte Matese coordinati dalla Procura, nonché i risultati delle consulenze tecniche disposte dalla Procura sulle operazioni economiche poste in essere dagli imputati e sullo stato di salute psicofisico del sacerdote vittima del reato”.

Il sacerdote Leone, secondo quanto riscontrato, versava in uno stato di demenza senile progressiva che ne aveva compromesso le capacità mnemoniche e ne aveva deteriorato quelle cognitive: le operazioni economiche disissive del suo patrimonio sono steste ritenute non avere altro scopo se non quello di arricchire i tre imputati, in contrasto con le reti volontà del sacerdote che, quando era nel pieno delle sue capacità, come accertato, aveva inteso destinare il proprio ingente patrimonio non agli imputati ma ad istituzioni benefiche (diverse dalla Diocesi di Alife). 

Non sono stati ritenute credibili le dichiarazioni degli imputati ed in particolare quelle del vescovo Di Cerbo, secondo cui Leone era nel pieno delle proprie facoltà mentali ed aveva autonomamente scelto di trasferire parte del denaro sul conto corrente personale del vescovo affinché poi lo stesso ne disponesse in favore della Diocedi di Alife-Caiazzo.

Il pubblico ministero aveva chiesto la condanna di tutti gli imputati ad una pena di 2 anni ed 8 mesi oltre la confisca della somma sequestrata. Il gip, riconoscendo le attenuanti generiche, ha condannato D’Abrosca e Fevola a 2 anni oltre a 200 euro di multa; l’ex vescovo casertano è stato invece condannato ad un anno e quattro mesi oltre alla multa di 133 euro. Tutti e tre sono stati condannati al pagamento delle spese processuali con confisca del denaro sequestrato a D’Abrosca e Fevola.

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