"Ucciso per un'offesa a Zagaria", il manoscritto di Schiavone finisce nel processo

Il figlio di Sandokan riscostruisce il delitto di Villano: "Crivellato con i fucili carichi a pallettoni"

Nicola Schiavone e Michele Zagaria

"Ad Aversa non doveva più andare don Michele". Fu un'offesa a costare la vita a Nicola Villano, detto Zeppetella, ucciso in un autolavaggio di San Marcellino dai sicari del clan dei Casalesi. La circostanza è stata messa nero su bianco, di proprio pugno, da Nicola Schiavone che è stato escusso stamattina in Corte d'Assise a Napoli nel processo che vede alla sbarra il boss Michele Zagaria e l'altro capoclan, oggi collaboratore di giustizia, Antonio Iovine

Schiavone ha ricostruito con dovizia di particolari l'omicidio di Zeppetella, indicando sia i mandanti sia il movente, non solo parlandone a voce con gli organi inquirenti ma anche scrivendo di suo pugno un "papello" di 4 pagine, finito agli atti del processo.

Secondo quanto spiegato da Schiavone in quel periodo era sorto un problema con il "gruppo degli aversani facente capo a Raffaele Della Volpe, Salvatore Orabona, Michele Barone e lo stesso Nicola Villano. Sulla zona di Aversa, San Marcellino e Trentola vi era una competenza di Michele Zagaria e dei suoi più stretti collaboratori". 

Il problema con il gruppo degli aversani era relativo alle estorsioni: "Della Volpe e i suoi uomini si lamentavano di non aver più spazio in zona perchè tutte le estorsioni venivano chiuse dagli uomini di Zagaria". Una in particolare fece traboccare il vaso. "Fermarono un lavoro", scrive Schiavone, ma il pizzo  "era stato già chiuso da Michele. Agli Aversani non interessò la cosa e a loro volta pretesero i soldi dell'estorsione".

Dopo l'episodio ci fu un incontro per "mettere a posto la cosa". In quella circostanza gli aversani ribadirono che il territorio di Aversa era di loro competenza e fu Villano ad offendere, presumibilmente, Zagaria dicendo al suo emissario che "da quel momento ad Aversa non doveva più andare don Michele". Tanto bastò ad una reazione di sangue.

L'azione di fuoco fu impressionante. Due auto beccarono Villano in un autolavaggio e lo attinsero "con fucili da caccia carichi a pallettoni e con armi semiautomatiche 9x21". Quel giorno doveva morire anche Della Volpe che "si salvò perchè era in auto con la famiglia ed il gruppo di fuoco pur fermando la vettura su cui viaggiava il bersaglio lo risparmiarono". 

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Il processo riprenderà a febbraio quando è in programma la requisitoria del pubblico ministero. Nel collegio difensivo è impegnato l'avvocato Paolo Di Furia

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