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Venerdì, 28 Gennaio 2022
Cronaca Santa Maria Capua Vetere

Torture in carcere, la Procura non molla: "20 agenti ancora agli arresti"

Chiesta la proroga della misura cautelare ai domiciliari. Altri 7 rischiano interdizione bis

Non solo l'udienza preliminare a carico dei 108 agenti della polizia penitenziaria accusati delle torture ai danni dei detenuti durante la 'mattanza' del 6 aprile del 2020. A metà dicembre il gup D'Angelo dovrà decidere anche sulla richiesta di proroga di misure - tra domiciliari ed interdizioni - avanzata dalla Procura di Santa Maria Capua Vetere. 

I pm vogliono la proroga degli arresti domiciliari per Salvatore Mezzarano di Francolise; Gennaro Loffreda; per il comandante del nucleo speciale inviato alla "Francesco Uccella" Pasquale Colucci di Tufino; per l'ex comandante della penitenziaria di Santa Maria Capua Vetere Gaetano Manganelli; per Anna Rita Costanzo di Caserta; Alessandro Biondi; Raffaele Piccolo di Marcianise; Angelo Iadicicco di Caserta; Pasquale De Filippo di Capodrise; Gabriele Pancaro di Sparanise; Michele Vinciguerra di Portico di Caserta; Fabio Ascione di Santa Maria Capua Vetere; Oreste Salerno di Calvi Risorta; Felice Savastano di Galluccio; Rosario Merola di Santa Maria Capua Vetere; Raffaele Piccolo di Caserta; Giacomo Golluccio di Tora e Piccilli; Antonio De Domenico di Capua; Vincenzo Lombardi di Maddaloni; Francesco Vitale di Aversa. 

Chiesta la proroga della misura cautelare dell'interdizione dai pubblici uffici per Giovanni Di Benedetto di Santa Maria Capua Vetere; Maurizio Soma di San Prisco; Domenico Pascariello di San Nicola la Strada; Giuseppe Gaudiano di Portico di Caserta; Maurizio Colurciello di San Nicola la Strada; Salvatore Di Stasio di Recale; Stanislao Fusco di Capodrise. 

Gli indagati sono difesi dagli avvocati Giuseppe Stellato, Mariano Omarto, Vittorio Giaquinto, Carlo De Stavola, Angelo Raucci, Roberto Barbato, Domenico Di Stasio, Valerio Stravino, Mario Corsiero, Ernesto De Angelis, Vitale Stefanelli, Michele Spina, Fabrizio Giordano, Carlo De Benedictis, Domenoco Scarpone ed Eduardo Razzino. 

L'indagine ha fatto luce sulla cruenza dei fatti avvenuti la settimana santa dell'anno scorso quando, dopo una protesta in seguito alla positività di un detenuto, gli agenti risposero con una vera e propria rappresaglia con i reclusi denudati, picchiati anche con l'utilizzo di manganelli e costretti ad inginocchiarsi. Una mattanza 'autorizzata' da un ordine: quello di ripristinare "la legalità" tra le mura del penitenziario trasformato in una Guantanamo casertana. Un'azione premeditata ed organizzata già dal giorno precedente. Dalle chat tra gli agenti emerge come "Allora domani chiave e piccone in mano" e "li abbattiamo come i vitelli". L'appuntamento era stato fissato: "alle 15,30 in tuta operativa tutti in istituto. Si deve chiudere il reparto Nilo per sempre". Deciso anche il metodo operativo: quello che gli stessi indagati nelle chat definiscono "Sistema Poggioreale". 

Le immagini estrapolate dalla videosorveglianza interna e finite nel fascicolo della Procura sono agghiaccianti per la violenza contro i detenuti aggrediti con calci, schiaffi, ginocchiate, manganellate. E sempre più agenti contro uno. Così il carcere si è trasformato in un luogo di battaglia. E il racconto di quelle immagini da parte di chi ha subito quelle violenze è drammatico. "Vi era un corridoio umano lungo le scale, formato da agenti della polizia penitenziaria muniti di caschi e manganelli e qualcuno in divisa della penitenziaria. Ricevevo pugni e calci, sputi e qualche agente di cui non ricordo il nome proferiva nei miei confronti parole come 'napoletano di merda", racconta un detenuto. Botte anche a chi era in ginocchio, di spalle e senza la possibilità di difendersi. "Sono stato colpito con calci, pugni e manganellate sui glutei, sulle cosce nonché sulla schiena. Ricordo anche diversi colpi alla testa", ha detto un altro.

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