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Lunedì, 17 Giugno 2024
Cronaca Santa Maria Capua Vetere

Torture in carcere, no a testimonianze Draghi e Cartabia: "Contaminazione politica del processo"

I giudici escludono anche Bonafede, Trocchia e i funzionari del Dap non in servizio: "Indebita spettacolarizzazione". Incarico ai periti per le intercettazioni

No alle testimonianze dell'ex premier Mario Draghi e degli ex ministri della Giustizia Marta Cartabia ed Alfonso Bonafede nel processo per le torture avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere il 6 aprile 2020 e per le quali sono sotto processo 105 imputati, tra agenti della penitenziaria, funzionari del Dap e due medici.  La Corte d'Assise presieduta dal giudice Roberto Donatiello, infatti, ha rigettato l'ammissione di alcune testimonianze per evitare "una contaminazione di natura politica del processo con una sua indebita spettacolarizzazione".

Era stato il legale del garante nazionale dei detenuti, l'avvocato Michele Passione, a inserire nella sua lista testi gli ex esponenti del Governo, in particolare Draghi e Cartabia che dopo gli arresti erano venuti al penitenziario sammaritano per chiedere scusa. I giudici, inoltre, hanno escluso dal processo le testimonianze del giornalista Nello Trocchia, il capo del Dap Carlo Renoldi, l'ex capo del Dap Bernardo Petralia ed il vice Roberto Tartaglia: tutti hanno appreso le vicende successivamente. Sarà invece ascoltato in aula un altro capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria: Francesco Basentini, che era alla guida del Dap quando si verificarono i pestaggi all'interno del reparto Nilo di cui al processo. 

Nel corso dell'udienza i giudici hanno respinto la questione di illegittimità costituzionale del decreto di citazione in giudizio - formulata dagli avvocati Giuseppe Stellato, Eduardo Razzino, Claudio Botti e Coppola - per l'incompletezza degli atti d'indagine depositati dalla Procura. Infine, è stato conferito l'incarico ai periti che dovranno trascrivere le intercettazioni telefoniche e la messaggistica estrapolata dagli smartphone degli imputati. Le operazioni peritali avranno inizio fra due settimane con le trascrizioni che verranno poi depositate entro il termine di 60 giorni. Si torna in aula la settimana prossima per concludere la fase dell'ammissione prove. Poi il processo potrà iniziare con un cambio nella Corte per il trasferimento del giudice Alessandro De Santis. 

Agli indagati (105 persone tra agenti, funzionari dell'amministrazione penitenziaria e medici) sono stati contestati, a seconda delle loro rispettive posizioni e partecipazioni alla rappresaglia in carcere, i delitti di tortura pluriaggravati ai danni di numerosi detenuti, maltrattamenti pluriaggravati, lesioni personali pluriaggravate, abuso di autorità contro detenuti, perquisizioni personali arbitrarie, falso in atto pubblico (anche per induzione) aggravato, calunnia, frode processuale, depistaggio, favoreggiamento personale, rivelazioni indebite di segreti d’ufficio, omessa denuncia e cooperazione nell’omicidio colposo ai danni del detenuto Hakimi Lamine, deceduto in carcere il 4 maggio 2020. Era il 5 aprile del 2020 quando, dopo il primo caso di Covid all’interno del penitenziario, esplose una protesta dei detenuti del reparto Nilo che si barricarono in reparto rifiutandosi di rientrare in cella. La risposta fu una repressione in stile Guantanamo. A Santa Maria Capua Vetere bisognava ripristinare l’ordine e farlo adottando “il sistema Poggioreale”. Le intenzioni degli agenti – mascherate da una perquisizione straordinaria – emergono con chiarezza dalle chat, finite nel fascicolo della Procura. “Li abbattiamo come i vitelli”, dice qualcuno.

Il 6 aprile del 2020, circa 200 agenti – molti dei quali ancora non identificati - fecero irruzione nel reparto Nilo. I detenuti vennero fatti uscire dalle celle. Poi vennero pestati con i manganelli ed umiliati: molti vennero fatti inginocchiare in una sala dedicata alla socialità con gli agenti che di tanto in tanto li percuotevano. A qualcuno vennero tagliati i capelli e la barba. Scene da macelleria messicana riprese dalle telecamere della videosorveglianza installata in reparto che ripresero anche il pestaggio di un detenuto in carrozzina (di recente deceduto dopo la scarcerazione). Dopo la mattanza vennero individuati una quindicina di detenuti quali promotori della protesta del giorno prima. Vennero messi in isolamento per giorni, ingiustamente. Tra loro c’era Hakimi Lamine, poi morto. Per la Procura c'è una connessione tra quel decesso ed i maltrattamenti su un soggetto psicologicamente fragile. Lamine sarebbe morto per la presunta assunzione di una pesante dose di oppiacei.

Tra gli avvocati che difendono i detenuti vittime delle aggressioni ci sono: Carmine D'Onofrio (tra i primi a depositare una denuncia per uno dei detenuti facendo avviare l'indagine), Luca Viggiano, Goffredo Grasso, Elvira Rispoli, Fabio Della Corte, Giuseppe De Lucia, Gennaro Caracciolo, Ferdinando Letizia, Marco Argirò, Pasquale Delisati, Andrea Balletta e Giovanni Plomitallo. A rappresentare l'Asl di Caserta, invece, l'avvocato Marco Alois mentre l'avvocatura dello Stato si è costituita per il Ministero della Giustizia.  Asl e Ministero della Giustizia sono stati citati anche in qualità di responsabili civili. 

Tra i difensori degli imputati sono impegnati - tra gli altri - gli avvocati Giuseppe Stellato, Mariano Omarto, Vittorio Giaquinto, Carlo De Stavola, Raffaele Costanzo, Angelo Raucci, Roberto Barbato, Dezio Ferraro, Elisabetta Carfora, Domenico Di Stasio, Valerio Stravino, Massimo Trigari, Luca Di Caprio, Mario Corsiero, Rossana Ferraro, Ernesto De Angelis, Claudio Botti, Vitale Stefanelli, Michele Spina, Fabrizio Giordano, Raffaele Russo, Valerio Alfonso Stravino, Antonio Leone, Domenico Pigrini, Ciro Balbo, Dario Mancino, Natalina Mastellone, Gabriele Piatto, Carlo De Benedictis, Rosario Avenia, Domenico Scarpone, Eduardo Razzino e Nicola Russo. 

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