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Il processo all'ex sindaco di Capua Carmine Antropoli

Il processo all'ex sindaco di Capua Carmine Antropoli

Testa di capretto alla madre del 'boss pentito', l'intercettazione nel processo all'ex sindaco

Acquisito il dialogo tra la madre e la moglie di Francesco Zagaria. La difesa di Antropoli fa luce sulla casa di Rivisondoli: pagata più del dovuto

Una testa di capretto, zampe di maiale, degli spaghetti, una pistola ed un proiettile. Questo il contenuto di un pacco recapitato alla madre di Francesco Zagaria, alias Ciccio 'e Brezza, l'imprenditore - oggi collaboratore di giustizia - ritenuto essere il trait d'union tra la fazione guidata da Michele Zagaria del clan dei Casalesi e l'amministrazione comunale di Capua.

Il pacco prima delle elezioni

Era il 14 marzo 2016, circa due mesi prima delle elezioni comunali di Capua. Una competizione elettorale che Zagaria, secondo quanto egli stesso ha confermato agli inquirenti, avrebbe inquinato per favorire i candidati Marco Ricci e Guido Taglialatela, vicini all'ex sindaco Carmine Antropoli che sosteneva la candidatura di Giuseppe Chillemi, non indagato. Un appoggio elettorale che sarebbe alla base di un patto corruttivo che aveva come finalità quella di favorire il clan dei Casalesi, attraverso Ciccio 'e Brezza che ha riferito di rivestire un ruolo apicale nel sodalizio camorristico, nell'ottenere commesse. Questa la tesi dell'Antimafia.

L'intercettazione finisce nel processo

Una tesi che nel corso dell'udienza celebrata in Corte d'Assise ha vacillato nel corso del controesame da parte dei difensori di Taglialatela ed Antropoli, gli avvocati Gerardo Marrocco e Mauro Iodice, degli agenti di polizia giudiziaria. E' stato l'avvocato Marrocco a far acquisire al fascicolo del dibattimento un'intercettazione tra la moglie e la madre di Francesco Zagaria riguardante proprio l'avvertimento del pacco con la testa di capretto. Un episodio che difficilmente si lega al presunto ruolo di referente del clan su Capua assunto, a suo dire, proprio da Zagaria. 

Appalto all'amico di Zagaria ma è un caso di omonimia

Non solo. L'avvocato Marrocco, nell'interrogare la polizia giudiziaria, ha fatto emergere anche un errore di persona nelle indagini. In pratica Zagaria nel corso del suo esame ha parlato dei suoi rapporti con Antropoli e Taglialatela facendo riferimento a tale Antonio Diana, un imprenditore che aveva un allevamento bufalino nella zona di Brezza (non indagato). Sarebbe stato lui a presentargli - ha riferito Zagaria - gli esponenti dell'amministrazione e sarebbe stato presente anche agli incontri sui lavori. Dalla visura di una società che si sarebbe aggiudicata un appalto - su presunto impulso di Taglialatela - figurerebbe proprio un Antonio Diana. Una circostanza che per la pg rappresenterebbe un riscontro alle dichiarazioni del pentito ma così non è. Dai documenti acquisiti dalla difesa è emerso che si sarebbe trattato di un errore di persona con i due, che sono omonimi, che hanno 30 anni di differenza. 

La difesa di Antropoli smaschera il pentito

E' toccato poi all'avvocato Mauro Iodice che ha datto emergere alcune incongruenze nel racconto di Zagaria. In primis, la questione della macchina rubata ad Antropoli. Secondo Zagaria sarebbe stata ritrovata grazie alla sua intercessione mentre l'avvocato ha dimostrato come il ritrovamento fu possibile grazie al sistema gps. Altra questione quella relativa all'acquisto di una casa a Rivisondoli per la quale Antropoli sarebbe stato in qualche modo favorito da imprenditori ritenuti vicini alla camorra. Il difensore ha fatto acquisire gli atti dell'acquisto mostrando non solo come Antropoli abbia pagato più di altri acquirenti ma anche che il prezzo della casa pagato fosse completamente fuori mercato. Si torna in aula a metà maggio.  

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