Summit per di camorra per uccidere imprenditore: "Porta soldi ai Bidognetti"

Le dichiarazioni di Quadrano nel processo per l'omicidio di Belardo. Sentito anche maresciallo, un socio ed il figlio della vittima

L'omicidio di camorra avvenuto nel 1991

"Quell'imprenditore porta trenta milioni di lire all'anno al clan Bidognetti". Fu questo il movente dell'omicidio di Antonio Belardo, l'imprenditore ucciso a Succivo nel 1991. Un delitto pianificato nel corso di un summit avvenuto a Sessa Aurunca a cui parteciparono Giuseppe Quadrano, collaboratore di giustizia ed unico imputato nel processo, Alberto Di Tella, già condannato in abbreviato, e Mario Esposito, boss del clan dei Muzzoni e non indagato per questo procedimento. 

A riferirlo è stato proprio Quadrano, già killer di don Peppe Diana oggi pentito, che ha dichiarato nel corso del processo, celebrato dinanzi alla Corte d'Assise del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, che l'ordine di uccidere Belardo partì da Di Tella con il placet dei Muzzoni per il fatto che pagasse il pizzo ai Bidognetti.

Un processo quasi a parti invertite in cui la vittima sembra essere l'imputato. E' la vittima il centro del processo. Come detto, Belardo, secondo quanto riferito da Quadrano, "portava 30 milioni all'anno al clan Bidognetti". In quale veste: vittima o sodale? Per il pentito quelli erano i soldi delle estorsioni, Belardo non era un "socio" del clan, ha chiarito. Un altro pentito, Diana, ha riferito ai giudici di conoscere Belardo "perché veniva a portare i soldi a Casale". 

E ancora. Un maresciallo dei carabinieri, anche lui sentito in udienza, che nella sua informativa di quasi 30 anni fa definisce Belardo "estraneo ad ambienti criminali" anche se "si intratteneva con soggetti del clan". Rapporti che aveva, probabilmente, per pagare le estorsioni e poter continuare a lavorare. Ne hanno parlato anche un socio ed il figlio di Belardo, costituitosi parte civile con l'avvocato Gianni Zara. Il primo ha riferito che all'epoca lui aveva meno di 30 anni e Belardo era colui che materialmente pagava il racket per conto dell'azienda. Il figlio, invece, ha riferito di incursioni nei cantieri di soggetti legati alla camorra per bloccare i lavori. 

Insomma, una vittima del racket che viene uccisa in una faida di camorra perché pagava il pizzo al clan rivale. Questa almeno la sensazione. Il processo a Quadrano riprenderà a metà marzo. 

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