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Cronaca Casal di Principe

Soldi al clan per gli appalti, restituiti 1,5 milioni ad imprenditori

Il Riesame annulla il sequestro dei beni mobili ed immobili ai Petrillo

Restituiti beni immobili, mobili e società per un valore di circa un milione e mezzo di euro ad Antonio e Luigi Petrillo, imprenditori casalesi coinvolti nell'inchiesta della Dda di Napoli sugli appalti per i servizi della rete ferroviaria e della pavimentazione stradale, ritenuti in odore di camorra ed affidati a imprenditori collegati alla famiglia Schiavone del clan dei Casalesi. È quanto disposto dall'Ottava Sezione del Riesame del Tribunale di Napoli che ha accolto l'istanza del legale dei due imprenditori di Casal di Principe, l'avvocato Ferdinando Letizia, annullando la misura cautelare reale emessa contestualmente a quella personale lo scorso 3 maggio dal gip Giovanna Cervo del Tribunale di Napoli.

Antonio e Luigi Petrillo sono finiti nel mirino della Dda partenopea insieme ad altre 64 persone nell'inchiesta contro il clan dei Casalesi che ha portato all'arresto di 35 persone ritenute responsabili a vario titolo di associazione a delinquere di tipo mafioso, estorsione, intestazione fittizia di beni, turbativa d'asta, corruzione, riciclaggio con l'aggravante della metodologia mafiosa. La complessa attività d'indagine si è concentrata sulle attività illecite dei fratelli Vincenzo e Nicola Schiavone - quest'ultimo padrino di battesimo dell'omonimo figlio di Francesco Sandokan Schiavone - e di Dante Apicella.

L'inchiesta è stata la prosecuzione della precedente operazione Normandia II che consentì di accertare la vocazione imprenditoriale del clan dei Casalesi a cui era preposto Nicola Schiavone, attuale collaboratore di giustizia. Proprio grazie alle dichiarazioni del pentito casalese si è disvelato il meccanismo al centro del quale c'erano le attività dei germani Schiavone e di Apicella. Da quanto emerso dalle indagini le imprese controllate dagli Schiavone avrebbero pagato Apicella attraverso società di comodo e mediante fatture per operazioni inesistenti. Le risorse illecite sarebbero state impiegate attraverso società intestate a terzi di cui Apicella sarebbe stato socio occulto.

Con molte imprese sarebbero stati stipulati accordi in cambio di favori. Un accordo infatti per gli inquirenti partenopei era alla base della contestazione mossa ai Petrillo accusati di concorso esterno in associazione mafiosa. Un accordo volto quindi ad ottenere appalti pubblici in cambio di denaro a favore del clan. In questo modo per la Dda i Petrillo avrebbero ottenuto numerosi lavori nelle pubbliche amministrazioni della provincia casertana e ciò sulla scorta delle dichiarazioni non solo del pentito Nicola Schiavone ma anche di Luigi D'Ambrosio e Mario Iavarazzo. Impianto accusatorio crollato sotto la scure della tesi difensiva sull'assenza delle reali commesse ottenute dagli imprenditori di Casal di Principe per favore del Clan dei Casalesi. Tesi accolta dal Tribunale delle Libertà che ha provveduto prima alla scarcerazione degli imprenditori ed ora al dissequestro dei beni ad essi riconducibili per un valore di circa un milione e mezzo di euro.

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