Società svuotate per evadere le tasse, atti in Cassazione per il patron Barletta

Anche il tribunale di Milano dichiara il conflitto di competenza per l'inchiesta "The Family"

Barletta è il patron dell'interporto

Sarà la corte di Cassazione a decidere dove si dovrà celebrare il processo sulle società facenti capo all'imprenditore Giuseppe Barletta e "svuotate" per evadere le tasse attraverso una serie di operazioni di distrazione da una società ad un'altra. Il tribunale di Milano, dopo quello di Santa Maria Capua Vetere e quello di Trapani, ha dichiarato un conflitto di competenza - sollevato dai difensori tra cui gli avvocati Barletta e Mauro Iodice - con il processo che quindi non potrà partire.

L'inchiesta della guardia di finanza aveva svelato un sistema finalizzato alla bancarotta fallimentare e concordataria, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte nonché di autoriciclaggio, nel periodo 2006-2016, relativamente alla gestione di 6 imprese facenti capo all'imprenditore Barletta, al quale sono riconducibili circa 50 soggetti giuridici, anche esteri (con sede in Olanda, Austria e Nuova Zelanda).

L’ipotesi accusatoria è che dal 2006 il gruppo di società facenti parte all'imprenditore marcianisano Giuseppe Barletta, patron dell'interporto, dopo essere stato individuato, dagli enti pubblici competenti, quale soggetto attuatore dell'Accordo di programma finalizzato alla realizzazione dell'lnterporto di Maddaloni-Marcianise, attraverso la costruzione del centro logistico intermodale e del centro commerciale Campania, ha posto in essere una strategia volta a distrarre le liquidità di alcune società del medesimo gruppo, che avevano gestito i progetti infrastrutturali e che nel tempo avevano dolosamente accumulato ingentissimi debiti tributario (per oltre 130 milioni di euro).

Per gli investigatori invece di pagare le imposte dovute, sarebbero stati disposti bonifici per svariati milioni di euro a favore di altre imprese del grappo a mero titolo di finanziamento, al solo fine di drenare la liquidità formatasi e dirottarla, per gran parte, all'estero, sottraendo ogni risorsa finanziaria all'eventuale azione di riscossione coattiva da parte dell'erario. Complessivamente i flussi distrattivi sono stati quantificati, per difetto, in oltre 36,7 milioni di euro, eseguiti attraverso un sistema di scatole cinesi e di ripetuti trasferimenti finanziari infragruppo, che hanno avuto il fine ultimo di arricchire le casse delle società "forzieri" del gruppo, alcune delle quali collocate all'estero (in Olanda).

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