Cronaca

Schiavone accusa: "E' un mio prestanome", il giudice assolve imprenditore

Assoluzione piena per Corvino e Barbato. Pezone condannato per la ricettazione di un assegno

Nicola Schiavone

Era in videocollegamento e dalla località protetta ha lanciato le sue accuse: "Quell'imprenditore è un mio prestanome". Così disse Nicola Schiavone, il figlio del capoclan Francesco Sandokan che da poco più di un anno ha iniziato il suo percorso con la giustizia. Ma la "carta a sorpresa" giocata dalla Dda quasi alla fine del processo stavolta non ha sortito effetti. Assoluzione piena per Giuseppe Corvino, l'imprenditore di Casal di Principe accusato da Schiavone. Assolto anche Francesco Barbato mentre regge solo l'accusa di ricettazione per Gennaro Pezone al quale è stata inflitta una condanna minima: un anno, in continuazione con un'altra sentenza.

Questo il verdetto pronunciato nel pomeriggio dal collegio presieduto dal giudice Giovanni Caparco del tribunale di Santa Maria Capua Vetere al termine della camera di consiglio. Una sentenza che "demolisce" il teorema accusatorio: per tutti è caduta l'accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. 

Accolte, dunque, le tesi dei difensori. Secondo gli inquirenti il clan avrebbe reinvestito i capitali illeciti attraverso una rete di persone compiacenti. E tra queste ci sarebbe stato Corvino, difeso dall'avvocato Fabio Della Corte, avrebbe impiegato i soldi della camorra in un affare immobiliare a San Martino Secchia di San Prospero, nel modenese. Circostanze confermate in aula da Nicola Schiavone. Ma le propalazioni del boss dei Casalesi, stavolta, non hanno retto alla prova del dibattimento in aula. 

Regge solo l'accusa di ricettazione di un assegno contestata a Pezone, di Trentola Ducenta. Nel collegio difensivo anche gli avvocati Finizio Di Tommaso e Guglielmo Ventrone. 

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