Il ras pentito dei Casalesi non si è mai 'ravveduto': "No alla liberazione"

Pagano collabora con la giustizia dal 1996 ma per i giudici questo non basta: "Non ha mai chiesto perdono ai familiari delle vittime"

La decisione della Corte di Cassazione

Collabora con la giustizia dal 1996 ma per i giudici della Cassazione questo non basta a riconoscergli un vero ravvedimento per le sue condotte. Questa, in sintesi, la motivazione che ha portato la Suprema Corte a confermare la decisione del giudice di Soveglianza di Roma che aveva rigettato l'istanza presentata da Giuseppe Pagano, 62 anni detenuto ai domiciliari e già affiliato al clan dei Casalesi, che aveva chiesto la liberazione condizionale dalla misura detentiva.

I giudici, nel ricordare come la liberazione condizionale muove dal presupposto del sicuro ravvedimento del condannato, hanno sottolineato come tale "ravvedimento" rappresenti "un riscatto morale" colto da "una valutazione globale della personalità del condannato che consideri tutti gli atti o le manifestazioni di condotta, di contenuto materiale e morale, tali da assumere un valore sintomatico. Occorre cioè cogliere un comportamento attivo di pronta e costante adesione alle regole, un riguardoso e consapevole rispetto verso gli operatori penitenziari, una azione riparatrice nei confronti delle vittime dei reati, un reale interessamento verso dette vittime, una sollecitudine verso la sorte delle persone offese (ad esempio, per attenuare i danni e alleviarne il dolore, per chiedere il loro perdono e la loro solidarietà umana: questo aspetto peculiare non va sovrapposto necessariamente con quello di un eventuale risarcimento dei danni)".

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Insomma non c'è stata "una revisione critica" da parte di Pagano delle sue condotte passate nè una "volontà di reinserimento nella società". Di qui il rigetto del ricorso da parte dei giudici. 

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