Dalle intercettazioni ai flussi di soldi sul conto, così la Procura è arrivata al poliziotto della pen drive di Zagaria

In aula tre testimoni hanno raccontato quello che hanno sentito e verificato durante le indagini

Oscar Vesevo il giorno dell'arresto di Michele Zagaria

Dalle intercettazioni in carcere ai flussi anomali sul conto corrente: sono stati questi i punti focali dell’udienza di oggi al tribunale di Napoli Nord a carico del poliziotto Oscar Vesevo accusato di aver portato fuori dal covo di via Mascagni a Casapesenna dove fu stanato l'allora latitante Michele Zagaria, la pen drive a forma di cuore che non è stata trovata nell’abitazione. Sono stati ascoltati i verbalizzanti di alcune intercettazioni ritenute dalla Procura un tassello importante nella ricostruzione del quadro accusatorio: quella tra Basco e Rosaria Massa in cui si parla della Pen drive a quella di un poliziotto del Gom (il gruppo operativo mobile della polizia penitenziaria) relativamente ad un dialogo in carcere tra Carmine Zagaria e la moglie in cui si parlava di una “visita a casa” del poliziotto. Ed infine c’è stata la testimonianza di un membro del Gico (Gruppo investigativo della criminalità organizzata) della Guardia di Finanza che ha raccontato dei flussi anomali di soldi sul conto corrente di Vesevo rispetto a quella che era la sua normalità. L’udienza è stata poi aggiornata ad ottobre per proseguire con la lista testi della Procura.

"LA PEN DRIVE E' PRESA DA UN POLIZIOTTO"

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Vesevo, difeso dall’avvocato Giovanni Cantelli, è imputato per peculato e corruzione con l’aggravante mafiosa, e di accesso abusivo ai sistemi informatici. L’indagine su Vesevo era partita dopo l’arresto del boss Michele Zagaria; per gli inquirenti, nella pen drive, un supporto incastonato in un ciondolo a forma di cuore della Swarovski, ci sarebbero stati i segreti del boss. Nei mesi scorsi era stato assolto, sempre nell’ambito dell’inchiesta sulla pen drive, l’imprenditore Orlando Fontana, ritenuto colui che avrebbe acquistato per 50 mila euro la pennetta. Per i giudici non fu raggiunta la prova dell’acquisto. Ma nelle motivazioni delle condanne del processo ‘Medea’, i giudici hanno comunque scritto che la pen drive fu presa da un poliziotto.

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