Martedì, 19 Ottobre 2021
Cronaca Casapesenna

Pen drive scomparsa nel covo di Zagaria, la vivandiera del boss testimone al processo contro il poliziotto

Rosaria Massa ha confermato la ricostruzione, sottolineando che il supporto era della figlia e che il capoclan dei Casalesi non era molto avvezzo al computer

La vivandiera di Michele Zagaria chiamata a testimoniare al processo a carico di Oscar Vesevo, il poliziotto accusato di aver portato via dal covo di via Mascagni a Capesenna, dove il capoclan dei Casalesi fu arrestato, la pen drive del boss.

Rosaria Massa è stata ascoltata oggi davanti al collegio giudicante (presieduto da Nigro) al tribunale di Napoli Nord ed ha confermato quanto aveva già raccontato ai magistrati, relativamente al fatto che la pen drive a forma di cuore di marca Swaroski sarebbe stata presa proprio da Vesevo durante la perquisizione.

La donna ha anche aggiunto che, dunque l’azione contro il latitante, sarebbero stati portati via anche altri oggetti, tra cui anche altre pen drive. Relativamente a quella al centro del processo, la Massa ha aggiunto che la stessa era di proprietà della figlia e che all’interno vi erano solo foti e documenti. Sottolineando, inoltre, come Michele Zagaria non fosse molto pratico nell’utilizzo dei supporti informatici. Nel corso dell’udienza di oggi, avrebbe dovuto testimoniare anche l’ex marito della Massa, Vincenzo Inquieto, ma era assente e la deposizione è stata rinviata ad aprile quando sarà ascoltato anche il consulente tecnico.

"LA PEN DRIVE E' PRESA DA UN POLIZIOTTO"

Vesevo, difeso dall’avvocato Giovanni Cantelli, è imputato per peculato e corruzione con l’aggravante mafiosa, e di accesso abusivo ai sistemi informatici. L’indagine su Vesevo era partita dopo l’arresto del boss Michele Zagaria; per gli inquirenti, nella pen drive, un supporto incastonato in un ciondolo a forma di cuore della Swarovski, ci sarebbero stati i segreti del boss. Nei mesi scorsi era stato assolto, sempre nell’ambito dell’inchiesta sulla pen drive, l’imprenditore Orlando Fontana, ritenuto colui che avrebbe acquistato per 50 mila euro la pennetta. Per i giudici non fu raggiunta la prova dell’acquisto. Ma nelle motivazioni delle condanne del processo ‘Medea’, i giudici hanno comunque scritto che la pen drive fu presa da un poliziotto.

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