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Cronaca Casal di Principe

Imprenditori 'amici' di Zagaria: countdown per la sentenza

Concluse le arringhe dei difensori che hanno picconato la tesi della Dda: "I Diana non sono collusi"

Si sono concluse le discussioni dei legali nel processo a carico dei fratelli Antonio e Nicola Diana, accusati di concorso esterno in associazione mafiosa alla fazione Zagaria del clan dei Casalesi, che si sta celebrando dinanzi la terza sezione penale del tribunale di Santa Maria Capua Vetere, presieduta dal giudice Luciana Crisci.

I difensori nel corso delle loro arringhe hanno picconato la tesi della Dda partenopea, sostenendo l’innocenza dei loro assistiti. Si torna in aula verso la fine del mese di maggio per le repliche del sostituto procuratore Fabrizio Vanorio della Dda di Napoli e la lettura del dispositivo.

Secondo la ricostruzione del magistrato antimafia - che ha chiesto nella sua requisitoria 7anni e 6 misi di reclusione per i due fratelli - i Diana sono stati "espressione imprenditoriale" del capoclan dei Casalesi Michele Zagaria tanto da rientrare nel 'cerchio magico' degli imprenditori vicini al boss che grazie alla loro attività nel riciclo della plastica avrebbero fatto da cassa di cambio per gli assegni del clan o che in qualche modo fornissero liquidità al clan.

I fratelli Diana a cui venne attribuito il titolo di imprenditori anticamorra, poiché figli di Mario Diana, vittima innocente della criminalità organizzata, sono coinvolti nell’indagine che attraverso le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, permise di ricostruire l’esistenza di un rapporto operativo tra il mondo dell’imprenditoria e la fazione Zagaria del clan dei Casalesi.

Il patto criminale stretto col clan avrebbe consentito agli imprenditori di godere di una protezione e di una tranquillità operativa tali da permettere agli stessi di raggiungere, nell’area territoriale di competenza del clan, una posizione imprenditoriale privilegiata. In cambio, secondo le risultanze investigative, il clan avrebbe ottenuto dai Diana "prestazioni di servizi e utilità", quali il cambio assegni e la consegna sistematica di cospicue somme di denaro, necessarie ad alimentare le casse dell’organizzazione camorristica riconducibile a Michele Zagaria.

I due imputati nel loro esame hanno negato le accuse che sono state mosse loro dai collaboratori di giustizia come quelle di Francesco Zagaria alias Ciccio e’ Brezza, Attilio Pellegrino, Massimiliano Caterino che li individuavano come ‘partecipi’ negli affari del clan grazie a investimenti fatti con lo stesso capoclan. I due fratelli Diana si sono definiti dei 'taglieggiati' e per far in modo che il messaggio di pagare venisse ben capito in alcuni degli stabili delle loro aziende ricevettero stese a colpi di pistola negli uffici amministrativi tanto poi da essere dislocati a Caserta o furti di camion di cui tramite una telefonata in azienda i gregari del clan ne rivendicavano la paternità.

Nel collegio difensivo sono impegnati gli avvocati Carlo De Stavola, Claudio Botti, Giuseppe Stellato, Giuseppe Saccone.

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