Permessi premio, ras dei Casalesi torna a sperare

La Cassazione accoglie il ricorso di Pasquale Apicella. Magistrato di Sorveglianza deve esprimersi nuovamente

La decisione dei giudici

Il regime del carcere duro non può escludere a priori la possibilità di concessione di "permessi premio". Lo ha ribadito la Corte di Cassazione che ha accolto il ricorso di Pasquale Apicella, 52 anni ed elemento di spicco del clan dei Casalesi, per il quale il magistrato di sorveglianza di Sassari dovrà esprimersi nuovamente. 

I giudici del tribunale sardo avevano respinto la richiesta di permesso premio in quanto Apicella "era ristretto a regime detentivo differenziato per essere ritenuto quale elemento di primo piano del clan dei Casalesi e per essere ancora sottoposto a processo per gravissimi delitti: di conseguenza, le regole del regime detentivo imponevano contatti limitatissimi con altri soggetti, colloqui visivi privi di contatti, colloqui telefonici registrati e forti limitazioni anche allo scambio di oggetti tra detenuti, per cui tutto questo complessivo sistema di cautele (volte ad evitare il rischio elevato di contatti controindicati con esponenti della criminalità organizzata) sarebbe stato vanificato da un permesso-premio". 

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Il provvedimento è stato impugnato dinanzi alla Suprema Corte che ha accolto il ricorso presentato dall'avvocato Carlo De Stavola. L'ordinanza del magistrato di sorveglianza di Sassari "non ha respinto l'istanza basandosi su di una valutazione di pericolosità sociale" ma sulla base di una sorta di 'preconcetto', cioè che chi è detenuto al 41 bis non può ricevere permessi premio. Per la Cassazione, invece, la "sussistenza di collegamenti con la criminalità organizzata costituisce uno dei presupposti per la sottoposizione del detenuto al regime del 41 bis, ma l'avvenuta applicazione di tale norma nei confronti di un detenuto non può essere utilizzata, senza i necessari approfondimenti valutativi, per affermare sic et simpliciter che egli non possa fruire dei permessi premio". 

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