“Io nel clan a 13 anni. In carcere ho incontrato un indagato per l'omicidio dei miei genitori”

Primo Letizia ha puntato il dito contro i suoi coindagati ed ha ricostruito il faccia a faccia con Cirillo

Primo Letizia ha raccontato alla Dda il suo percorso nella camorra

Il primo passaggio fondamentale della sua collaborazione è stato il “riconoscimento” e le accuse lanciate nei confronti delle persone che con lui finite nel mirino della Dda nel processo sul clan Piccolo-Letizia: Primo Letizia, boss di Marcianise, ne ha riconosciuti tanti dalle foto, indicando anche i vari ruoli: da Fabio Buanno di Capodrise (“che spacciava cocaina”) a Luigi Caterino, passando per Antonio Francesco Celeste (“era il braccio destro di Achille Piccolo”) a Maria Cristiano (“persona da sempre legata alla famiglia di Achille Piccolo”), Piero De Lise, Andrea Letizia, Antonio Letizia, Giuseppe Letizia, il fratello Salvatore Letizia, Michele Maietta (“un soldato di mio cugino”), Antimo Mastroianni, Alessandro Menditti, Antonio Nacca e tanti altri. Tutti riconoscimenti fotografici con tanto di descrizione dei ruoli che sono stati utilissimi al pubblico ministero della Dda per poter chiedere condanne pesanti nei loro confronti durante la requisitoria.

Ma quello che emerge dai verbali di Primo Letizia è anche il suo “pedrigree da camorrista” che parte da lontano, da quando era ancora un ragazzino. “Mio padre Biagio Letizia è stato un vecchio cutoliano e quindi quando si formò il clan Belforte lui è stato sempre alleato ai Belforte - ha raccontato ai magistrati - Anche se poi nel 1997 per contrasti che sono successi all’interno del clan, non solfo ucciso mio padre ma insieme a lui anche mia mamma Giovanna Breda. Io all’epoca dei fatti avevo 13 anni ma già stavo vicino a mio padre, ero consapevole di quello che lui faceva ed in varie occasioni ,mantenevo i soldi a casa di mio padre che rappresentavano il corrispettivo dell’attività delittuose”. 

Primo Letizia, dunque, è rimasto orfano fin da ragazzino e, dopo qualche anno, si è ritrovato in cella con uno degli uomini finito sotto inchiesta per l’agguato ai genitori. “Mi ritrovai nelle celle di sicurezza del tribunale di Santa Maria Capua Vetere con Pasquale Cirillo che fu poi assolto per l’omicidio dei miei genitori. Lo vidi sbiancare temendo una mia reazione in quanto io sapevo che lui era coinvolto nell’omicidio. Io subito lo tranquillizzai dicendogli che non avevo intenzione di fare nulla ma solo di conoscere il motivo per il, quale oltre a. Mio padre era stata ammazzata anche mia mamma, cosa che io ritenevo assolutamente un’ingiustizia perché mia mamma non era stata mai coinvolta nelle illecite di mio padre. Cirillo, ammettendo di essere stato implicitamente uno degli esecutori dell’omicidio, si giustificò dicendomi che era stato obbligato da Domenico Belforte che gli aveva indicato come motivo dell’uccisione di mia mamma il fatto che avesse una relazione con un carabiniere e che aveva fatto arrestare uno della famiglia Belforte”.

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