Cronaca Santa Maria Capua Vetere

Indagini lacunose ed il movente che non c’è. Gli avvocati di Lavoretano: “Cancellate la condanna”

La discussione nel processo d’Appello a carico dell’ex meccanico accusato dell’omicidio della moglie

Indagini lacunose e frammentarie, l’assenza di movente presumibilmente dato da una morbosa gelosia, accertamenti tecnici mai effettuati che avrebbero disseminato certezza nella vicenda giudiziaria che vede coinvolto Emilio Lavoretano, ex meccanico di Santa Maria Capua Vetere, condannato in primo grado dalla Corte d'Assise di Santa Maria Capua Vetere a 27 anni di reclusione per l'omicidio della moglie Katia Tondi consumatosi tra le mura domestiche del Parco Laurus di San Tammaro il 20 luglio 2013.

E’ quanto emerge dalle arringhe dei difensori di Emilio Lavoretano, gli avvocati Carlo De Stavola e Elisabetta Carfora,  dinanzi alla Prima Sezione della Corte d'Assise d'Appello di Napoli (presieduta da Maria Alaia).

L'unica prova schiacciante della colpevolezza dell'ex meccanico sammaritano è l'orario. Secondo l'accusa l'omicidio della giovane madre sarebbe avvenuto tra le 18 e le 19 di quel tragico sabato di luglio nel quale Emilio sarebbe stato da solo in casa con lei e con il figlioletto di pochi mesi. Un elemento incontrovertibile per stabilire l'orario della morte di Katia Tondi sarebbe stata la misurazione della temperatura corporea da compiersi mediante l'utilizzo di un termometro. La difesa però ha evidenziato che il corpo di Katia venne, però, misurato con l'ausilio del termotatto, una mano (del legale) utilizzata come strumento oggettivo di precisione. Una oggettività esclusa dalla lunga nota fornita dal perito nominato dai togati sammaritani. Si è fatto ricorso al dato autoptico del contenuto gastrico dello stomaco di Katia Tondi dove si giunge ad un orario approssimativo alle 18, ora in cui Emilio Lavoretano era in compagnia della moglie.

La superficialità delle attività investigative secondo quanto emerge dalla tesi difensiva, avrebbe fatto sì che non venissero eseguiti esami tecnici. Gli avvocati hanno evidenziato che una volta giunta la salma all’obitorio, gli abiti indossati (una t-shirt ed i pantaloncini) in assenza di richiesta di sequestro, vennero gettati e mai analizzati. Dall'analisi sarebbe potuta emergere la prova della colluttazione intercorsa tra la vittima ed il suo aggressore che nell'occasione avrebbe potuto lasciare tracce biologiche indispensabili per un'eventuale identificazione.

Inoltre la difesa di Lavoretano ha sottolineato che non è mai stato ritrovato l'oggetto utilizzato per compiere il delitto. Katia Tondi venne strangolata con l'ausilio di un laccio, sorpresa alle spalle. Cercò di difendersi. Sul corpo erano presenti segni di unghie al collo ed al volto (tra l'occhio e lo zigomo) poiché cercò di liberarsi. Il suo corpo fu ritrovato nel corridoio, elemento nodale per l'accesso alle altre camere, ma non era quello il punto dell'abitazione in cui si consumò il delitto. Vennero raccolti elementi incompleti e disposto il dissequestro dell'abitazione la sera stessa del 20 luglio 2013.  La camera da letto fu messa a soqquadro. Furono rovisitati cassetti in cerca di contanti e gli unici oggetti di valore presenti erano quelli indossati da Katia. Una fede, un punto luce e circa 30 euro contenuti nel portafogli della vittima. Elementi mai ritrovati.

L'impianto accusatorio, hanno evidenziato gli avvocati di Emilio, ha tralasciato quasi, in prima battuta, l'ipotesi di un furto sfociato nell'omicidio della donna. L'unica prova determinante era l'orario presumibile in cui si sarebbe compiuto l'omicidio. La ricostruzione lineare degli spostamenti di Emilio Lavoretano supportati da accertamenti tecnici (l'individuazione delle celle del proprio telefono cellulare) ha fatto emergere che l’imputato non ha mai creato un alibi e che l'omicidio della moglie potrebbe esser avvenuto anche alle 19, ora in cui era fuori casa.

I difensori delle parti civili, Gianluca Giordano, Giovanni Plomitallo e Rosanna Santoro, ripercorrendo le motivazioni della sentenza di primo grado hanno ribadito alcuni aspetti dell’imputato, ritenuto un soggetto pericoloso e capace di progettare lucidi disegni delittuosi non nuovo a scatti d'ira e di odio, morbosamente geloso. Secondo le testimonianze di familiari e conoscenti Lavoretano non ha mai discusso con la moglie, non ha mai avuto rapporti extraconiugali ed i coniugi non discutevano mai. Il tanto acclarato movente della gelosia, per questo, secondo la difesa, non sussiste. Si tornerà in aula i primi di giugno per la sentenza.

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