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Emilio Lavoretano e Katia Tondi

Emilio Lavoretano e Katia Tondi

Omicidio Tondi, ecco come il professore prova a smontare le accuse ad Emilio

Dai dubbi sull'orario ai mancati rilievi (anche su Lavoretano) fino al problema alla mano che non avrebbe permesso al marito di strangolare la moglie. Mercoledì si torna in aula

Riprenderà mercoledì 27 novembre, davanti alla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (presidente Giovanna Napoletano; giudice a latere Alessandro De Santis; pubblico ministero Domenico Musto),il processo a carico di Emilio Lavoretano, l’ex meccanico di Santa Maria Capua Vetere accusato di essere l’assassino della moglie Katia Tondi, rinvenuta cadavere nella propria abitazione al Parco Laurus di San Tammaro nel luglio del 2013.

Nell’udienza scorsa è stato sentito prima il perito Pietro Tarsitano e poi il consulente della difesa, il professore Vittorio Fineschi. Mentre il consulente del pubblico ministero Maurizio Saliva non si è sottoposto all’esame. 

Tutti ormai conoscono la perizia dell’accusa, sventagliata a “Quardo Grado”. Tarsitano ha fissato l’ora del delitto tra le 18 e le 19 e sottoposto alle  incalzanti domande dell’avvocato Natalina Mastellone,  in difesa dell’imputato, si è rifatto quasi esclusivamente a quanto dichiarato dagli altri periti che lo hanno preceduto. 

Secondo Tarsitano, la causa della morte è stata “una asfissia meccanica da strangolamento omicidiario”. Per quanto attiene al mezzo, invece, il perito ha stimato che possa trattarsi di un laccio (nastrino).  Sull’ora del decesso (che dovrebbe combaciare con l’ora del delitto), sulla temperatura corporea della vittima, sulle ipostasi e anche sul materiale gastrico rinvenuto nel corso dell’autopsia, Tarsitano è stato vago e poco chiaro. Tuttavia, dopo aver precisato che “il non completamento del rilievo di indagini biologiche sul luogo dell’omicidio può aver limitato la raccolta di prove a carico dell’omicida” ha stimato che “il decesso possa essere avvenuto tra le 18 e le 19 del giorno 20 luglio 2013. 

Il professore Vittorio Fineschi, Ordinario di Medicina Legale dell’Università Sapienza di Roma, in risposta all’incarico di consulenza conferitogli dall’avvocato Natalina Mastellone, per conto dell’imputato, ha concluso che ”alla luce delle solide evidenze scientifiche riportate, è possibile esprimere un giudizio in ordine agli elementi di rilievo medico-legale precedentemente discussi”.

“L’esame dei parametri di rilievo tanato-crono-diagnostico consente di stimare l’epoca del decesso della Tondi in un intervallo temporale compreso tra le 2 e le 3 ore antecedenti le operazioni di sopralluogo (ore 22). In aggiunta, la presenza di fenomeni cadaverici consecutivi già al momento del rinvenimento del corpo della Tondi consente di circostanziare il giudizio delineando un intervallo temporale compreso tra i 15 e i 60 minuti precedenti al ritrovamento del cadavere. Pertanto, il confronto tra i reperti tanato-crono-diagnostici obiettivati con i dati circostanziali permette di collocare il decesso tra le ore 19:00 e le ore 19:45 del 20.07.2013”.

“La valutazione della lesività accessoria riscontrata sul cadavere della Tondi - si legge ancora - consente di sostenere con ragionevole certezza che la stessa abbia posto in essere una reazione di difesa allo strangolamento. Tale evidenza, suffragata dalla presenza di segni compatibili con lesività al volto ed un tentativo di rimozione del mezzo asfissiogeno dal collo, imponeva la ricerca di analoga lesività sul presunto aggressore”.

“Tuttavia - continua la relazione - dalla documentazione acquisita agli atti non risulta che il Lavoretano sia mai stato sottoposto a valutazione medico-legale finalizzata alla ricerca di lesioni derivanti da una eventuale colluttazione. Queste ultime, peraltro, non sarebbero state rinvenute neanche dal personale inquirente, che già dalle prime fasi delle indagini entrava in contatto con il presunto aggressore e che, anzi, hanno escluso con decisione la presenza di qualsivoglia lesione cutanea sulle parti corporee scoperte”.

“La mancata effettuazione di accertamenti sul Lavoretano - sottolinea il professore - costituisce pertanto una ulteriore, grave lacuna metodologica nello svolgimento delle operazioni peritali e nella formulazione delle conclusioni tratte dai consulenti tecnici del PM, che non risultano supportate da adeguata evidenza scientifica”.

A ciò va aggiunto il dato tecnico evidenziato dal professore Fineschi sulla patologia del Lavoretano che “non avrebbe potuto avere una forza per strozzare con entrambe le mani”, in quanto affetto da una menomazione del tendine della mano destra (ha avuto, infatti, un intervento durante il suo servizio militare).

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