Omicidio Tondi, Lavoretano resta in carcere: "Capace di progettare lucidi delitti"

La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso del marito di Katia: "Solo stratagemmi per garantirsi la libertà"

Emilio Lavoretano e Katia Tondi

Emilio Lavoretano resta in carcere per l'omicidio della moglie Katia Tondi, delitto per il quale è stato condannato a 27 anni di reclusione. Lo hanno ribadito i giudici della Corte di Cassazione. 

Gli ermellini hanno confermato la decisione del Riesame che aveva a sua volta validato l'ordinanza cautelare della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere che aveva ravvisato il pericolo di fuga e quello di reiterazione del reato. La Cassazione ha respinto l'istanza per motivazioni tecniche: in sostanza è stato ritenuto inammissibile il ricorso alla suprema corte alla quale è stato richiesto, di fatto, un giudizio di merito ("risulta con evidenza che il ricorso sia diretto a convincere questa Corte che la valutazione del Tribunale del riesame sulla sussistenza delle esigenze cautelari sia errata; che, cioè, tali esigenze siano insussistenti"). Giudizio che spetta, invece, al giudice di prime cure, in questo caso la Corte d'Assise di Santa Maria Capua Vetere. 

Secondo il tribunale sammaritano, circostanza confermata dal Riesame, Lavoretano, "con coerenza, freddezza e lucidità, sin da subito e senza soluzione di continuità, si era preoccupato esclusivamente di escogitare soluzioni che gli consentissero di evitare la condanna, aiutato dal padre, in passato carabiniere e che si era occupato di omicidi". E ancora: "Erano stati utilizzati stratagemmi, anche illeciti, e strategie per garantirsi la libertà, sia prima dell'inizio del processo, che durante il dibattimento, quando l'imputato aveva calunniato i suoceri che, inizialmente, avevano creduto alla sua innocenza, salvo poi ricredersi, nonché i testimoni. In definitiva, secondo il Tribunale, Lavoretano è soggetto pericoloso in quanto non solo colpito da accessi di rabbia e di odio, ma anche capace di progettare lucidi progetti delittuosi". 

Inoltre, "la distanza temporale dai fatti non era decisiva, atteso che l'odio si era riversato durante il processo, nei confronti dei familiari della vittima e di altre persone". Secondo il Tribunale sussisteva anche il pericolo di fuga: "Mancavano segnali di ravvedimento, la personalità del soggetto è pericolosa, la condanna era stata ad una pena assai elevata. In definitiva, la condotta non trasgressiva assunta da Lavoretano non era indicativa di una personalità incline ad osservare e sottomettersi alla legge, ma di una personalità mistificatrice".

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