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Cronaca Aversa

Ucciso come un boss per errore, preso il killer del 18enne

Arrestato l'autore dell'omicidio di Antimo Giarnieri, il fratello di una delle nuove leve del clan Bidognetti

I carabinieri del Comando provinciale di Napoli hanno dato esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip del Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione Distrettuale Antimafia della Procura partenopea nei confronti di T. R., gravemente indiziato di due episodi estorsivi aggravati dal metodo mafioso (di cui uno tentato e uno consumato), nonché dell’omicidio di Antimo Giarnieri (all'epoca 18enne incensurato residente ad Aversa) e del tentato omicidio di un soggetto minorenne, rimasto nell’occasione ferito al fianco sinistro.

Ucciso come un boss

Antimo era il fratello di Vittorio Giarnieri, 27 anni aversano, condannato nell'ambito dell'inchiesta sul gruppo della "Nuova Gerarchia del clan dei Casalesi". Un gruppo che, con il placet della fazione Bidognetti, mirava ad espandersi, a suon di attacchi dinamitardi, non solo nel territorio casertano ma anche nell'area giuglianese. La sua uccisione si è consumata l'8 luglio 2020 a Casoria, in una traversa di via Castagna, comunemente nota come “Parco Smeraldo” e, sin dalle prime attività investigative, la vicenda ha presentato agli inquirenti i classici tratti di un agguato connotato dal carattere mafioso. Quella sera, difatti, un uomo sceso da una vettura guidata da una persona allo stato ignota, ha esploso all’indirizzo di un gruppo di persone ivi presenti 8 colpi di pistola cal. 7.65, di cui 4 hanno colpito Giarnieri, provocandone la morte, e un colpo ha attinto il soggetto minorenne, scampato fortuitamente alla morte.

Lo scambio di persona

Le indagini condotte dal nucleo investigativo di Castello di Cisterna e coordinate dalla Dda di Napoli hanno permesso di accertare che il reale obiettivo di T.R. fosse un altro soggetto fatalmente scambiato per l’incensurato Giarnieri, risultato invece estraneo a dinamiche delinquenziali. Il grave fatto di sangue, secondo gli elementi raccolti, va inquadrato in una violenta contrapposizione tra fazioni della criminalità organizzata in lotta per il controllo della piazza di spaccio del “Parco Smeraldo”, luogo in cui si è consumato il delitto. In particolare a T. R., individuato dalle investigazioni in corso quale soggetto gravemente indiziato per l’agguato presso il Parco Smeraldo (oltre ad essergli contestato l’uso di armi), viene contestata l’aggravante del metodo mafioso, in quanto avrebbe agito per agevolare l’attività e gli scopi criminali del gruppo camorristico di cui è referente territoriale Salvatore Barbato (alias “Totore O’ Can”, elemento contiguo al clan “Moccia” e allo stato detenuto per estorsione aggravata dal metodo mafioso), nonchè allo scopo di affermare il controllo di quest’ultimo sul territorio.

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