Il nuovo pentito: "Casalesi in Veneto esistono e comandano"

Arena parla al processo, era l'ambasciatore del gruppo Donadio con gli affiliati alla 'ndrangheta

"I Casalesi in Veneto esistono e comandano". Lo ha detto il neo collaboratore di giustizia Girolamo Arena, 38enne palermitano trapiantato a Fossalta di Piave, nel corso del processo sulle infiltrazioni del clan di Casal di Principe nel Nord Est. 

Arena, ritenuto il collante tra la criminalità organizzata del gruppo guidato dal boss Luciano Donadio ed altri sodalizi criminali come la 'ndrangheta, ha intrapreso il suo percorso di collaborazione con gli organi inquirenti da poco meno di due settimane ed oggi si è già trovato alla prova di fuoco del dibattimento, dinanzi alla corte presieduta dal giudice Stefano Manduzio del tribunale di Venezia. 

Prima della deposizione di Arena, che ha scelto il giudizio in abbreviato, c'è stato un duro scontro tra i pm Terzo e Baccaglini e le difese degli imputati. Eccezioni e repliche che hanno occupato gran parte dell'udienza. Poi il 38enne ha fatto la sua comparsa nell'aula bunker. Ha raccontato di come il clan dei Casalesi si sia infiltrato nel tessuto economico e sociale veneto: prima a colpi di pistola poi con la forza intimidatrice derivante dall'appartenenza al sodalizio. Arena ha parlato del sistema Donadio tra intestazioni fittizie e false fatture, delle estorsioni, di qualche imprenditore finito sotto usura. La sua deposizione proseguirà la prossima settimana prima di sentire un altro 'pentito', Cristian Sgnaolin. Nel collegio difensivo sono impegnati, tra gli altri, gli avvocati Giuseppe Brollo, Antonio Forza, Stefania Pattarello e Gentilini. 

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Il processo vede alla sbarra una quarantina di imputati tra cui Luciano Donadio, considerato il boss di Eraclea, Raffaele ed Antonio Buonanno di San Cipriano d'Aversa ed Antonio Pacifico, di Casal di Principe. Secondo quanto emerso dalle indagini il gruppo, guidato da  Donadio e Raffaele Buonanno, si era insediato nel Veneto dagli anni '90 andando a rilevare le attività che erano sotto l'egemonia della Mala del Brenta. In questo modo il gruppo legato al clan dei Casalesi, fazione Bidognetti, era riuscito a conquistare il controllo del tessuto economico veneto, dall'edilizia alla ristorazione, oltre ad imporre un "aggio" per il narcotraffico e lo sfruttamento della prostituzione. L'organizzazione criminale, dedita all'usura ed all'estorsione, avrebbe destinato, secondo gli inquirenti della Dda, parte dei proventi illeciti per sostenere i carcerati di alcune famiglie storiche del sodalizio Casalese. 

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