Nicola Schiavone non riesce a salvare il suocero dalla condanna: "Non è credibile"

Il figlio di Sandokan ha provato a ribaltare le accuse sulla villa da 2 milioni di euro realizzata coi soldi della camorra. "L'ho fatto a sua insaputa". Ma gli ermellini non lo credono

Nicola Schiavone, figlio di Sandokan

Il tentativo di Nicola Schiavone, figlio del capoclan dei Casalesi Francesco Schiavone detto Sandokan, di ‘salvare’ dalla condanna il suocero è andato a vuoto. La Corte d’Appello prima e la corte di Cassazione, poi, hanno respinto la richiesta di revisione del processo avanzata da Lorenzo Arrichiello, 65 anni, condannato nel 2012 con rito abbreviato per intestazione fittizia di beni aggravata dall’articolo 87 per essersi attribuito la proprietà di una villa edificata e ristrutturata coi soldi di Nicola Schiavone, che ne aveva la disponibilità e ci viveva con la famiglia.

Il figlio di Sandokan, dopo aver iniziato la collaborazione con la giustizia, ha parlato anche della villa intestata al suocero ed ha dichiarato che il rudere (che dopo i lavori effettuati avrebbe raggiunto un valore di 2 milioni di euro) sarebbe stato già di sua proprietà, all'insaputa del suocero, che aveva contratto un mutuo e pagato il prezzo di acquisto al precedente proprietario, che figurava ancora come titolare del bene ceduto, sicché quest'ultimo restituiva il denaro ricevuto dall'Arrichiello allo stesso Schiavone. Una tesi, però, che non ha convinto i giudici anche perché il collaboratore di giustizia non ha portato documenti o fatti concreti che dimostrassero tale sua affermazione.

Tant’è che la Seconda sezione (presidente Matilde Cammino) ha respinto il ricorso presentato dal suocero e nelle motivazioni, rese note in questi giorni, ha sottolineato: “La richiesta di revisione si fonda sulle dichiarazioni rese nel procedimento di prevenzione da Nicola Schiavone, ma la corte (d’Appello di Roma, nda) ha ritenuto tali dichiarazioni non rilevanti poiché Schiavone avrebbe fornito una versione dei fatti non suffragata dai documenti e l'affermazione del ricorrente, di essere ignaro di avere acquistato un bene che di fatto era già del futuro genero, sarebbe priva di credibilità”.

Secondo gli ermellini “nel giudizio di merito Arrichiello ha sempre sostenuto di avere acquistato un rudere per un prezzo contenuto, grazie all'accensione di un indimostrato mutuo ipotecario e di averlo poi dato in comodato alla figlia quale dote, ignorando che fosse poi stato trasformato in una villa sontuosa del valore di oltre 2 milioni di euro. Tale assunto difensivo non è stato ritenuto credibile ma ancora meno credibile appare il racconto del genero divenuto collaboratore, Nicola Schiavone. E' di tutta evidenza, come sottolineato dalla corte, che il tenore delle dichiarazioni dello Schiavone si pone in insanabile contrasto con quanto da sempre sostenuto dal condannato e, nel contempo, non colma le lacune probatorie già evidenziate, quali l'assenza anche solo di un principio di prova in ordine al mutuo contratto da Arrichiello per acquistare il bene e al pagamento dei ratei, che inducono a ritenere non credibile la versione difensiva posta a sostegno dell'istanza di revisione”. 

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