Morgillo è 'il capo': armi da guerra e linguaggio in codice per la banda dello spaccio

Le indagini dei carabinieri hanno smantellato l'organizzazione criminale dedita alla vendita di droga

Gli altri affiliati lo chiamavano "il capo". Era Gennaro Morgillo, 32 anni di San Felice a Cancello, il vertice dell'organizzazione dedita allo spaccio di droga che dalla piazza di Cancello Scalo veniva venduta in provincia di Caserta ma anche nel beneventano.

I ruoli della banda

Stamattina i carabinieri della compagnia di Caserta, coordinati dalla Dda di Napoli (pm Luigi Landolfi), hanno dato esecuzione ad un'ordinanza di custodia cautelare che ha smantellato il sodalizio con 7 persone finite in manette. Con Morgillo, sono stati arrestati anche i fratelli Giuseppe e Gennaro Raiola, di 51 e 58 anni residenti a Mercogliano, anche loro finiti in carcere e che avevano una posizione di rilievo nell'organizzazione criminale. Poi i gregari, i soldati dello spaccio, Francesco Liberti, di 29 anni; Mario Romano, di 22 anni; Marco Bellotti, 22enne che da qualche tempo aveva trovato lavoro in una società di smistamento postale in provincia di Verona; Marco Francesco Scopelliti, 31 anni residente ad Alessandria, tutti e 4 ai domiciliari.

L'indagine

L'indagine è partita dall'incendio dell'auto di un pregiudicato a San Clemente di Caserta avvenuto nel 2016. La dinamica di quell'attentato incendiario non è stata chiarita dalle indagini (l'episodio non è contestato agli indagati) ma da lì sono partite le intercettazioni telefoniche sul gruppo guidato da Morgillo. Gli inquitrenti hanno scoperto che la droga veniva acquistata dal napoletano, da Varcaturo e Giugliano precisamente. Poi dalla piazza di spaccio di Cancello Scalo veniva venduta al dettaglio ma anche 'inviata' in altre città della provincia e nel beneventano. Spesso i pusher consegnavano lo stupefacente - marijuana, hashish, cocaina ma anche crack ed eroina - anche a domicilio. Almeno 100 le cessioni verificate dai carabinieri. 

Le intercettazioni

Nel corso delle intercettazioni gli indagati utilizzavano nomi in codice per identificarsi. Quello di Morgillo era, appunto, "il capo", in una dinamica che ricalca quasi un modello sudamericano. Nel corso delle indagini è emerso anche come Morgillo, il cui padre Mario è stato ucciso in un agguato in piazza a Durazzano, avesse installato telecamere di sorveglianza all'esterno della sua abitazione. Anche per la droga si utilizzava un linguaggio criptico facendo riferimento a prodotti culinari o capi d'abbigliamento. Ad esempio, gli indagati quando parlavano di crack facevano riferimento al 'cucinato'. Nel corso delle indagini, durate circa un anno, è stato sequestrato 1 chilo di droga e 4 degli attuali 7 destinatari della misura erano stati già arrestati.

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Le armi

Il gruppo, secondo quanto emerso, aveva nella propria disponibilità armi e munizionamento da guerra, come le cartucce GFL utilizzate dai militari della Nato. I carabinieri hanno sequestrato due pistole, una delle quali oggetto di rapina, ed un fucile a canne mozze, anche questo oggetto di furto. Non c'è prova che quelle armi siano state utilizzate per atti intimidatori. L'ipotesi più probabile vagliata dagli inquirenti è quella che le armi servissero per difendersi dall'attacco di altri gruppi. 

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