Medico casertano in prima linea: "Devastante comunicare la morte dei pazienti ai familiari"

La testimonianza di Michele Sessa dalla zona rossa: "Con l'aumento dei contagi siamo stati catapultati nel bel mezzo di un'ecatombe"

Michele Sessa lavora in ospedale a Piacenza

"Siamo stati catapultati nell'emergenza per dare il nostro contributo". E' questo il racconto di Michele Sessa, 40enne originario di San Castrese di Sessa Aurunca e specialista in Otorinolaringoiatria a Piacenza, una delle province più colpite d'Italia per il Coronavirus.

"Si registravano circa 120 ricoveri al giorno e la struttura ospedaliera più volte è arrivata al collasso - spiega Sessa - il numero dei contagi era impressionante nel solo mese di marzo e tra quelle fila di positività c’era un elevato numero di personale sanitario. Noi siamo stati catapultati nella situazione emergenziale cercando di apportare il nostro contributo. Siamo stati reclutati, formati ex novo mediante corsi di aggiornamento su piattaforme digitali ed abbiamo dovuto fronteggiare la gestione della polmonite da Covid 19".

Una diffusione rapida con il medico che si è trovato "nel bel mezzo di un’ecatombe. Eravamo privi di una serie di conoscenze patogenetiche riguardo il virus ed in mezzo a tutte quelle morti col passare delle settimane abbiamo capito come gestirlo al meglio". E così si è ritrovato a combattere contro un mostro sconosciuto. "La tac è fondamentale nell’individuazione della malattia perché ci consente di stabilire a seconda della compromissione dei campi polmonari se un paziente può esser ricoverato oppure può essere gestito a domicilio - asserisce il medico casertano - altro fattore fondamentale è l’esatta esecuzione del tampone rinofaringeo nella fase dello screening" per evitare risultati falsati.

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Ma ha dovuto imparare anche altro che ha poco a che fare con la medicina bensì che investe la sfera emozionale. "La mia generazione non è abituata alla morte - racconta - C’è sgomento, ti senti impotente e ti rendi conto di quanti si è davvero fragili e soli - ammette Sessa - tutte quelle morti sono state solitarie, nessuno ha avuto la possibilità di avere un familiare accanto. Eravamo lì mentre il paziente spirava. La cosa più devastante era poi la comunicazione ai familiari che attendevano appesi ad un filo del telefono poiché è vietato loro l’accesso, il consueto bollettino del proprio familiare e sentire prima il silenzio alla comunicazione della notizia tragica e poi il pianto. In quel momento la fragilità di uomo e di medico viene fuori. Tutti avremmo voluto dare conforto ma ci siamo dovuti trincerare dietro ad un divieto". 

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