Dai video ai messaggi: così la Procura vuole ricostruire le drammatiche ore denunciate dai detenuti

Nei telefoni sequestrati agli agenti ci potrebbero essere indizi su quanto accaduto il 6 aprile tra penitenziaria e le persone in cella

La protesta delle mogli dei detenuti al carcere di Santa Maria Capua Vetere

I video interni al carcere sono stati già sequestrati nelle ore successive alle prime denunce; ora la verifica sui cellulari degli agenti della polizia penitenziaria servirà per trovare indizi che raccontino cosa realmente sia accaduto il 6 aprile nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. L'accusa è di quelle pesanti: tortura.

Col passare delle ore, non si placano le tensioni negli ambienti della polizia penitenziaria, dopo la rivolta per quanto accaduto giovedì mattina, coi carabinieri che, su ordine della Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, ha notificato all’ingresso della struttura detentiva casertana gli avvisi di garanzia a 57 agenti indagati per le aggressioni in carcere dopo le rivolte per l’emergenza coronavirus. Contestualmente sono stati sequestrati anche i cellulari degli indagati: gli inquirenti cercano indizi (soprattutto messaggi nelle chat) che potrebbero confermare che effettivamente qualcosa sia successo tra agenti della penitenziaria e detenuti.

Ed è proprio questa ‘spettacolarizzazione’ che ha fatto scattare la rivolta degli agenti: subire l’onta di un’indagine all’aperto, davanti a tutti, anche davanti a quei parenti dei detenuti che nei giorni successivi al 6 aprile hanno manifestato davanti al carcere. “Sghignazzavano felici nel vederci subire questo” ha raccontato un agente del carcere di Santa Maria Capua Vetere. “Ci hanno anche ripreso nei video fatti coi loro cellulari”. 

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Perché la domanda è chiara: cosa è accaduto realmente nelle celle? E’ su questo che sta cercando di far luce la Procura, dopo che alcuni detenuti hanno denunciato abusi e soprusi: dai capelli tagliati ad una vera e propria spedizione punitiva, con denti rotti e ferite alla testa e su tutto il corpo. Tutto è nato in pieno lockdown, quando furono bloccati anche i colloqui coi parenti per evitare che vi fossero contagi da coronavirus in un ambiente, come il carcere di Santa Maria Capua Vetere, super affollato. Sarebbe bastato poco per accendere la mischia della pandemia tra quelle mura. E questo avrebbe acceso la miccia della violenza: prima la protesta dei detenuti, poi l'aggressione della penitenziaria, sulla quale adesso dovrà far luce la Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere.

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