Giovedì, 21 Ottobre 2021
Cronaca

Imprenditore in carcere per 4 mesi, istanza per ingiusta detenzione: "Nessuno mi restituirà la vita"

"Sono 10 anni che mi sveglio di notte alla stessa ora dell'arresto"

“Sono vittima di un errore giudiziario. Ogni giorno da dieci anni mi sveglio alle quattro del mattino e guardo fuori dalla finestra perché ho paura che mi vengano a prendere e mi portino in carcere come successe alle quattro del mattino del 20 novembre 2012 senza sapere per quale motivo. Ho perso tutto sia in termini economici che personali per una persona che non hai conosciuto e che per causa sua sono stato 4 mesi ed 8 giorni in carcere”. Sono le parole piene di rabbia e dolore dell’imprenditore Nicola Diana riferite a CasertaNews per l’accusa di estorsione ed usura aggravata dalla metodologia mafiosa ai danni dell’imprenditore nel settore latte-caseario Roberto Battaglia.

L’imprenditore castellano nel settore dei trasporti e del commercio di veicoli nonché primo rivenditore italiano della casa automobilistica Mercedes è stato coinvolto in una vicenda giudiziaria iniziata dieci anni fa e che lo ha visto alla sbarra insieme a Carmine e Antonio Zagaria fratelli del boss del clan dei Casalesi Michele Zagaria, Filippo, Raffaele e Francesco Capaldo nipoti del boss casalese, Ciro Benenati, Pasquale Fontana che secondo la Procura Partenopea si sarebbero resi responsabili di episodi estorsivi ed usurati secondo le logiche del clan camorristico in danno all’imprenditore di Caiazzo già oberato da numerosi debiti usurai e che proprio in vista della forte esposizione debitoria sarebbe stato costretto a vendere attrezzature e beni strumentali alla propria attività a titolo di saldo al clan.

“Roberto Battaglia non l’ho mai conosciuto in vita mia, né ho mai avuto con lui rapporti di alcun genere ma per colpa sua sono stato messo in mezzo e sono stato in carcere – sottolinea Diana -. Il legame con Battaglia la Procura l’ha ricostruito attraverso Ciro Benenati con il quale avevo un rapporto commerciale, era il mio rivenditore. C’era un intenso rapporto lavorativo di vendita di veicoli iniziato nel 1990 fino al 2005. Ciro Benenati veniva in concessionaria, acquistava le vetture e saldava i pagamenti con assegni che potevano essere girati anche ad altre persone. Questa era una pratica comune nel commercio quando era possibile girare gli assegni. Nel 2000 mi vennero girati a titolo di pagamento per l’acquisto delle vetture da Benenati quattro assegni che Roberto Battaglia aveva fatto allo stesso Benenati perché il legame diretto era tra Battaglia e Benenati non tra me e Battaglia. Il mio referente per le compravendite è sempre stato solo Benenati. L’accusa di estorsione a mio carico nasce da una denuncia di  Battaglia dove io e Benenati nello stesso autosalone di Benenati avremmo minacciato Battaglia di pagare gli assegni altrimenti ci saremmo rivolti a Michele Zagaria. Io non sono mai andato nell’autosalone di Benenati in quella occasione né avevo motivo per richiedere dei pagamenti a Battaglia perché Benenati mi pagava regolarmente e se ci fosse stato un problema io lo risolvevo con Benenati mica con Battaglia che non conoscevo. Per me è una cosa inverosimile, io sono stato tirato in ballo in questa situazione e vorrei sapere perché. Come si fa a mentire così?".

Una credibilità minata quella di Roberto Battaglia suffragata da elementi emersi in tutte le fasi della vicenda giudiziaria oltre che dalle testimonianze del collaboratore di giustizia Massimiliano Caterino. “La Procura non ha verificato se io conoscessi Battaglia, ha fatto solo una ricostruzione semplice il rapporto tra me e Benenati, l’assegno da me incassato che era di Battaglia giratomi però da Benenati e la denuncia fatta da Battaglia. Lui si è inventato ogni cosa - spiega Nicola Diana - la dimostrazione delle sue bugie è stato il riconoscimento fotografico dove non mi ha riconosciuto. E come faceva se non ci eravamo mai visti? Eppure se uno pretende denaro da te lo ricordi, ne hai paura ed invece lui non sapeva neppure chi fossi".

L’impianto accusatorio nei confronti degli imputati non resse in primo grado dove vennero assolti né in appello dove venne conformata la formula assolutoria precedentemente emessa dal GIP Carlo Alessandro Modestino del Tribunale di Napoli fino a giungere in Cassazione. “Chi mi restituirà dieci anni di vita? – si chiede Diana -, spero nella cura del tempo. Mi auguro che questa sentenza di assoluzione possa  far ritornare la mia credibilità e che mi faccia ritrovare almeno in parte la mia serenità anche se quello che mi è stato tolto nessuno me lo potrà più ridare. Il mio marchio esiste ancora. I miei figli si sentono più marchiati di me e tutto questo lo devo a Roberto Battaglia". Il legale di Nicola Diana, l’avvocato Ferdinando Letizia ha presentato una istanza per ingiusta detenzione.

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