Il fedelissimo del boss lancia accuse in aula: "Ho nascosto munizioni in giardino"

Confuorto testimone contro il gruppo di Luciano Donadio nel processo sulle infiltrazioni dei Casalesi in Veneto

Il processo ai Casalesi in Veneto

Da fedelissimo del boss Luciano Donadio a suo accusatore. E' la parabola di Nunzio Confuorto che è stato sentito in qualità di imputato di reato connesso dinanzi ai giudici del tribunale di Venezia, presidente Stefano Manduzio, nel processo per le infiltrazioni del clan dei Casalesi nel nord est, in particolare nell'area di Eraclea. 

Un'udienza lunga, tesa, fatta di scontri tra le parti ed eccezioni tra i pm Terzo e Baccaglini e le difese degli imputati. Piatto forte la deposizione di Nunzio Confuorto, posizione stralciata e finita nel fascicolo di quanti hanno scelto l'abbreviato. Confuorto ha confermato quanto riferito già in sede di interrogatorio di garanzia. Ha detto di essere stato un prestanome di Luciano Donadio oltre ad aver custodito nel giardino di casa delle munizioni. Un esame che non si è concluso: si torna in aula già domani per il controesame delle difese. Con Confuorto è stato sentito un altro imputato che ha optato per l'abbreviato: Valentino Piezzo. Nel collegio difensivo sono impegnati, tra gli altri, gli avvocati Giuseppe Brollo, Antonio Forza, Stefania Pattarello e Gentilini. 

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Il processo vede alla sbarra una quarantina di imputati tra cui Luciano Donadio, considerato il boss di Eraclea, Raffaele ed Antonio Buonanno di San Cipriano d'Aversa ed Antonio Pacifico, di Casal di Principe. Secondo quanto emerso dalle indagini il gruppo, guidato da  Donadio e Raffaele Buonanno, si era insediato nel Veneto dagli anni '90 andando a rilevare le attività che erano sotto l'egemonia della Mala del Brenta. In questo modo il gruppo legato al clan dei Casalesi, fazione Bidognetti, era riuscito a conquistare il controllo del tessuto economico veneto, dall'edilizia alla ristorazione, oltre ad imporre un "aggio" per il narcotraffico e lo sfruttamento della prostituzione. L'organizzazione criminale, dedita all'usura ed all'estorsione, avrebbe destinato, secondo gli inquirenti della Dda, parte dei proventi illeciti per sostenere i carcerati di alcune famiglie storiche del sodalizio Casalese. 

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