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Giovedì, 30 Giugno 2022
Cronaca Aversa

Don Michele Barone, il vescovo chiede “scusa a chi ha sofferto”

Il vescovo decide di rompere il silenzio sul caso del parroco esorcista

“Siamo desiderosi di presentare le nostre scuse e di offrire solidarietà alle persone che hanno ricevuto danno dalle azioni di un sacerdote, ed anche, però, ci sentiamo come avviliti, come sconfitti in ciò che crediamo più importante per la nostra vita. La Chiesa, la nostra Chiesa di Aversa, per la generosità e la fedeltà di tanti sacerdoti e fedeli, si spende con tutte le sue forze per vivere il Vangelo, per offrire carità ed accoglienza, per sostenere la crescita nel bene di tutta la variegata umanità che incontra ogni giorno”. Il vescovo di Aversa Angelo Spinillo decide di rompere il silenzio e all’agenzia Vaticana “Sir” confida le sue parole ed il suo stato d’animo dopo l’inchiesta che ha travolto la Diocesi di Aversa in seguito all’arresto di don Michele Barone, parroco del Tempio di Casapesenna.

Spinillo ribadisce di essere intervenuto con la sospensione del parroco accusato di lesioni e violenze sessuali. “La sospensione di un anno dall’attività pubblica del ministero sacerdotale - spiega - non è una forma blanda di punizione, è un’attesa di giudizio più esaustivo che potrebbe anche sfociare in altra forma di intervento canonico”. Ed aggiunge: “Non posso negare che, a fronte di situazioni di questo genere, rimane in tutti noi un certo scoraggiamento nel dover constatare che tante forme di dialogo e di impegno profuso per lo sviluppo della formazione di ciascuno dei suoi ministri appaiano come vanificati, non vissuti, e oserei dire negati da modi di agire che si configurano come attentati alla vita di altre persone”.

Il vescovo di Aversa non manca di lanciare un appello ai fedeli che sono rimasti delusi da quanto accaduto. “Questo ci addolora ancora di più. Semplicemente, in silenzio, raccogliamo anche il grido della delusione. Forse nemmeno lo sentiamo del tutto giusto nei confronti di tanti che sviluppano, come dicevo, tanta ricchezza di fedeltà e di ricerca del bene, ma comprendiamo che chi esterna il proprio essere scandalizzato sta richiamando la nostra attenzione. A tutti vorrei rivolgere l’invito a riflettere sul fatto che la forza della struttura della Chiesa è data dal cammino quotidiano, silenzioso ed attento, nella carità e nella ricerca della verità, di tanti credenti. Il peccato che, purtroppo, sempre inquina le menti ed i cuori rimane come una drammatica esperienza di lontananza dalla verità della presenza di Dio”. Ed ancora: “Di fronte ad accuse tanto gravi, rimane la tristezza del dover riconoscere, come una forma di impotenza, la difficoltà di prevenire un certo tipo di azioni negative. La difficoltà, infatti, è data sempre dalla non chiarezza in cui il male prospera, dalla capacità, propria del male, di nascondersi, di mimetizzarsi, di barare equivocando sulle parole, nel linguaggio e nelle forme. Soprattutto, la difficoltà a prevenire lo sviluppo del male è nel chiudersi di alcuni all’ascolto della verità che gli viene annunziata e proposta, nel costruirsi una propria modalità di azione e di giudizio che, come un abbaglio accecante, allontana dal dialogo con la comunità e chiude la persona in una vana esaltazione del proprio protagonismo. Questo sembra rendere sterile ogni parola, inutile ogni avvertimento, vano ogni incoraggiamento, la persona diventa sorda, direi insensibile ad ogni invito a vivere il bene in dialogo con la comunità”.

La chiosa su don Michele: “Confesso che oltre il naturale e giusto risentimento verso colui che, nonostante gli avvertimenti e gli incoraggiamenti, ha deviato tanto clamorosamente da ciò che la comunità cristiana annuncia e vuole vivere con grande impegno e disponibilità, avverto tanto dolore per la sua situazione e voglio augurarmi un suo ravvedimento. Questo, però, non può esimerci dal dovere di usare tutte le indicazioni e le prescrizioni del Codice e della tradizione della Chiesa perché possa comprendere la gravità delle situazioni in cui è caduto, prenderne autentica consapevolezza ed esprimere desiderio di redenzione. Insomma, nella Chiesa la pena è sempre comminata per la salvezza. Nel caso specifico, la sospensione di un anno dall’attività pubblica del ministero sacerdotale non è una forma blanda di punizione, è un’attesa di giudizio più esaustivo che potrebbe anche sfociare in altra forma di intervento canonico”.

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