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Il capoclan dei Casalesi Michele Zagaria

Il capoclan dei Casalesi Michele Zagaria

Clan Zagaria, la Cassazione conferma le condanne a Natale e Fontana

Respinti i ricorsi contro le pene a 16 e 14 anni di carcere

La Corte di Cassazione ha confermato le pesanti condanne emesse dalla Corte d’Appello di Napoli nei confronti di Michele Fontana, 50 anni di San Cipriano, e Paolo Natale, 39 anni di Casal di Principe. Ai due sono state comminate pene di 16 e 14 anni di carcere nell’ambito di un’indagine che li ha riconosciuti partecipi al gruppo che fa capo a Michele Zagaria. Le condanne sono state comminate sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia ritenuti più vicini all’ultimo latitante dei Casalesi, Attilio Pellegrino e Michele Barone.

I ricorsi presentati dagli avvocati difensori sono stati dichiarati inammissibili dai giudici della Quinta Sezione (presidente Paola Borrelli). I quali, relativamente alla posizione di Fontana, hanno sottolineato che “quando la Corte di Appello ha attribuito rilievo centrale a carico di Fontana alle condanne definitive che quest'ultimo aveva già riportato per la partecipazione al clan Zagaria per il periodo immediatamente precedente a quello sub iudice, ha compiuto un'operazione ermeneutica corretta” aggiungendo che “il vincolo associativo tra il singolo e l'organizzazione si instaura nella prospettiva di una futura permanenza in essa a tempo indeterminato e si protrae sino allo scioglimento della consorteria, potendo essere significativo della cessazione del carattere permanente della partecipazione soltanto l'avvenuto recesso volontario, che, come ogni altra ipotesi di dismissione della qualità di partecipe, deve essere accertato in virtù di una condotta esplicita, coerente e univoca e non in base a elementi indiziari di incerta valenza”. Per questo motivo “ne discende la manifesta infondatezza di ogni critica che, oggi, contesti il peso specifico attribuito dal Tribunale prima e dalla Corte di appello poi all'accertamento definitivo pregresso circa i rapporti diretti e privilegiati dell'imputato con Zagaria e l'inserimento del prevenuto nel clan fino al mese prima (aprile 2010) rispetto a quello in cui ha avuto inizio la permanenza della condotta associativa così come circoscritta in questo processo (maggio 2010)”. Relativamente alle dichiarazioni dei pentiti, invece, gli ermellini evidenziano che “il ricorso pare ignorare quanto illustrato dai giudici di appello a proposito del fatto che Attilio Pellegrino aveva indicato Fontana come uomo vicino a Michele Zagaria, spiegando di essere stato convocato dall'imputato subito dopo la sua scarcerazione e che proprio Pellegrino gli aveva pagato lo stipendio in due o tre occasioni, mentre in altre era stato lo stesso Fontana a trattenere come stipendio i proventi delle estorsioni”.

Per quel che concerne la posizione di Paolo Natale, invece, la Cassazione evidenzia come “era stato lo stesso imputato ad ammettere la conoscenza con Pellegrino, che questi lo aveva collocato con certezza nel gruppo facente capo a Carlo Bianco e che gli aveva personalmente erogato lo stipendio”. Sulle accuse provenienti dall'altro collaboratore di giustizia, Michele Barone, invece “l'impugnativa in esame è del pari aspecifica quanto alle notizie che il pentito aveva fornito per sua conoscenza diretta, indicando Natale quale appartenente al gruppo capeggiato dal Bianco e dedito alle estorsioni. Quanto alle informazioni, concernenti la fase successiva al suo arresto, che Barone avrebbe appreso dal sodale Santamaria, il Collegio osserva che i rapporti tra Barone e Santamaria e la caratura criminale di quest'ultimo che sarebbero in tesi rimasti inesplorati — sono temi inediti, non avendo l'imputato, in sede di appello, posto una specifica questione sul punto rispetto alla quale possa oggi dolersi di un'omissione motivazionale da parte della Corte di appello, tanto più che, nella sentenza di primo grado, il Tribunale si era intrattenuto su entrambi gli aspetti”. E per questo motivo è stato ritenuto inammissibile.

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