Condanna annullata per Morico, la Cassazione: "Pentiti inattendibili"

Per la suprema corte le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia sono senza riscontro

Tra i collaboratori di giustizia Nicola Schiavone

Pentiti inattendibili. Per questo la Corte di Cassazione ha accolto il ricorso del 'Re del Pane' Gianni Morico, l'imprenditore di Santa Maria Capua Vetere accusato di concorso esterno al clan dei Casalesi. 

I giudici della Suprema Corte, accogliendo l'istanza degli avvocati Giuseppe Stellato e Paolo Raimondo, hanno annullato la condanna a 6 anni e 8 mesi pronunciata dalla Corte d'Appello di Napoli. Per gli ermellini "la decisione in esame risultava sprovvista di un percorso argomentativo che desse esaustivamente conto del compendio probatorio acquisito, che si riteneva inidoneo alla formulazione di un giudizio di responsabilità nei confronti di Gianni Monco, per effetto delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia escussi nei giudizi di merito - Nicola Panaro, Benito Natale, Antonio Barracano e Nicola Schiavone -, la cui inattendibilità non consentiva di ritenere l'imputato contiguo al gruppo casalese in esame". Secondo la Corte i giudici d'Appello si sarebbero limitati ad "un'indicazione acritica delle accuse rivolte a Monco, effettuata senza l'individuazione del nucleo essenziale della loro convergenza probatoria rispetto alla posizione concorsuale dell'imputato".

Insomma le sole dichiarazioni dei pentiti non bastano ma il giudice che dovrà nuovamente valutare il caso "dovrà ulteriormente correlare gli elementi probatori richiamati e le ulteriori fonti di prova, eventualmente ritenute rilevanti, agli esiti delle intercettazioni, telefoniche e ambientali, acquisite nel corso delle indagini preliminari, allo scopo di verificare se il contenuto di tali captazioni corrobori le accuse dei collaboranti sul ruolo concorsuale svolto da Morico", si legge ancora nelle motivazioni della sentenza. 

Morico, dopo l'ordinanza di custodia cautelare, era stato scarcerato dal Riesame ed assolto nel primo grado di giudizio, celebrato con abbreviato. Nel processo dinanzi ai giudici partenopei, però, la situazione si è ribaltata con la condanna a 6 anni e 8 mesi per concorso esterno. Decisive, ad avviso dei giudici, le nuove prove portate dalla Dda tra cui le dichiarazioni di Nicola Schiavone. Dichiarazioni che per i legali non hanno offerto alcuna novità processuale.

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L’inchiesta riguarda un gruppo criminale legato al boss Michele Zagaria che aveva acquisito il controllo di attività imprenditoriali tra Grazzanise, Cancello e Arnone, Santa Maria Capua Vetere, Sparanise, Teano e Giugliano. A capo del gruppo, secondo la Dda, vi era Nicola Del Villano e Pasquale Fontana (per il quale l'Appello bis dovrà esprimersi sulla pena), entrambi vicini al boss, che avevano assunto un ruolo di primo piano dopo i conflitti interni determinati dalle inchieste giudiziarie e dagli arresti. Per gli inquirenti, contigue al clan erano alcuni imprenditori dell’area tra cui Gianni Morico, titolare di un noto gruppo di imprese di prodotti da forno distribuiti su tutto il casertano. Nei suoi negozi, secondo l'accusa, si sarebbero tenuti anche incontri del gruppo criminale.

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