I colloqui in carcere tra Zagaria e le sorelle finiscono nel processo

Il pm ha chiesto un'integrazione delle prove con altre intercettazioni. Secondo l'accusa il boss mandava messaggi attraverso i familiari

Il boss Michele Zagaria

Un'integrazione di prove con altri colloqui in carcere che dovranno finire nel fascicolo del processo. E' quanto ha richiesto il pubblico ministero della Dda Maurizio Giordano nel corso dell'udienza a carico del boss dei Casalesi Michele Zagaria, accusato di associazione a delinquere di stampo mafioso nel periodo successivo al suo arresto nel dicembre del 2011. 

Si tratta, è bene dirlo, di colloqui in carcere tra il boss e le sue sorelle già presenti nell'informativa dell'Antimafia ed in un primo momento accantonati. Secondo la Procura, però, adesso in quelle conversazioni, intercettate in ambientale tra il 2014 ed il 2018, ci sarebbero ulteriori prove che andranno vagliate nel corso del dibattimento. Il processo è stato, poi, rinviato a metà novembre. 

Secondo l'accusa Zagaria, difeso dall'avvocato Paolo Di Furia, avrebbe impartito ordini dall'interno del carcere sia durante i colloqui con i familiari sia attraverso i videocollegamenti durante i processi a cui partecipa e durante i quali spesso e volentieri il capoclan prende la parola. In particolare nel mirino degli inquirenti è finita una frase: "rispetto i miei coimputati" proferita dal boss dei Casalesi durante un'udienza in Corte d'Assise. Già nel processo che lo vede imputato insieme all'ex sindaco di Casapesenna, Fortunato Zagaria, il capoclan aveva detto di non mandare "messaggi a nessuno".

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