Casalesi in Veneto, pentito contatta imputato su Facebook prima del processo

La denuncia di Digiacomo in udienza: presentato un esposto alla polizia. Sgnaolin accusa i carabinieri: "Si rivolgevano al boss Donadio"

Il processo nell'aula bunker di Venezia

Contatti tra i pentiti e gli imputati prima del processo. E' questa la circostanza oscura emersa nel corso del dibattimento a carico del gruppo che avrebbe importato il sistema dei Casalesi ad Eraclea, nel Nord Est. Un vero e proprio colpo di scena che ha aperto l'udienza celebrata nell'aula bunker del tribunale di Venezia.

"Il pentito mi ha contattato"

A parlare dei contatti con un collaboratore di giustizia è stato uno degli imputati, Giorgio Digiacomo, accusato di essersi intestato le quote di due società gestite dalla cupola guidata da Luciano Donadio, che ha riferito di essere stato contattato, per interposta persona, da Girolamo Arena, il palermitano appartenente al sodalizio e divenuto collaboratore di giustizia (è l'unico ad essere entrato nel programma di protezione).

Secondo quanto ha riferito Digiacomo, Arena dalla località protetta ed attraverso Facebook avrebbe contattato una conoscenza comune, tale Massimo Scopel (non coinvolto nell'inchiesta), per incontrarsi ed accordarsi su ciò che avrebbe dichiarato nel corso dell'udienza (quella che si sta celebrando con rito abbreviato mentre Digiacomo è a processo con rito ordinario). Arena ha dato indicazioni al suo interlocutore sulle modalità con cui si sarebbe dovuto svolgere l'incontro, in un hotel in provincia di Venezia dove si trova in località protetta.

All'incontro non avrebbe dovuto partecipare Digiacomo: "Non ci voglio parlare è un infame", avrebbe riferito Arena a Scopel. L'incontro, di fatto, non c'è mai stato: sia Scopel sia Digiacomo hanno avvisato i propri legali, gli avvocati Giuseppe Brollo e Mauro Serpico. Da lì c'è stato un esposto in Questura e le spontanee dichiarazioni di Digiacomo che ha denunciato l'accaduto durante il processo. 

Il pizzino tra pentiti

Ma c'è di più. Nel corso del processo è emerso come la frequentazione tra Arena ed un altro collaboratore di giustizia, Cristian Sgnaolin, sia proseguita anche in carcere dopo il loro arresto. Sgnaolin avrebbe dato anche un foglietto ad Arena spiegando però che quel 'pizzino' fosse un riepilogo dei capi d'imputazione. Un brogliaccio che sarebbe stato consegnato nelle mani dei pm, circostanza finita nelle dichiarazioni all'autorità giudiziaria ma non confermata durante la testimonianza. 

L'accusa del pentito: "I carabinieri si rivolgevano al boss"

Dopo l'inizio col botto l'udienza è proseguita con il controesame del pentito Cristian Sgnaolin, vicino al capo della cosca mafiosa che aveva infiltrato il Nord Est Luciano Donadio. Tra le varie propalazioni rese Sgnaolin ha spiegato che "Donadio aveva diverse conoscenze con i carabinieri locali di Eraclea – ha detto Sgnaolin – andavano loro a chiedere a lui di sistemare delle cose soprattutto con spacciatori o gente che faceva casino". Secondo il pentito, i carabinieri "chiedevano (a Donadio, ndr) se poteva intervenire. E poi posso garantire che poco dopo gli spacciatori erano spariti, soprattutto i marocchini". Il processo riprenderà a fine mese. 

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