Casalesi in Veneto, ottomila intercettazioni nel processo. Spunta memoriale del nuovo pentito

Il neo collaboratore di giustizia Arena accusa il boss Donadio: "Tutti sapevano che è un mafioso". Il manoscritto resta fuori dal fascicolo del giudice

Il processo all'aula bunker di Venezia

E' di ottomila intercettazioni telefoniche il materiale raccolto durante le indagini e per le quali il tribunale di Venezia (presidente Manduzio) ha conferito incarico per le trascrizioni. Una mole imponente di colloqui per i quali i giudici hanno rigettato la richiesta di "traduzione" dal dialetto campano. E' quanto è accaduto nel processo sulle infiltrazioni del clan dei Casalesi in Veneto, in particolare gli affari del boss Luciano Donadio

Il collegio veneziano hanno rigettato una serie di eccezioni sollevate dalla difesa, tra cui quella di acquisizione di una sorta di memoriale manoscritto del nuovo collaboratore di giustizia Girolamo Arena, 38 anni palermitano trapiantato a Fossalta di Piave, allegato ad uno dei verbali contenenti le dichiarazioni del pentito. Respinta anche la richiesta dei difensori dell'inutilizzabilità di alcune intercettazioni telefoniche ed ambientali registrate fuori dai termini delle indagini. 

Nel corso dell'ultima udienza, infine, si è proceduto alla fine del controesame proprio di Arena e di Nunzio Confuorto, altro imputato nel processo con abbreviato. Arena si è prodotto in una sorta di 'requisitoria' nei confronti di Donadio: "Tutti sapevano che era un mafioso, tutti sapevano che i Casalesi comandavano". Confuorto, invece, ha lanciato accuse contro l'altro collaboratore di giustizia, Cristian Sgnaolin: "Era lui che divideva gli utili delle società con Donadio", ha detto. Al punto che una volta, ha raccontato, aggredì Sgnaolin con uno schiaffo ricevendone due da Donadio per l'offesa. Circostanze che dovranno essere confermate o smentite dallo stesso Sgnaolin che verrà sentito a settembre, quando riprenderà il processo. Nel collegio difensivo sono impegnati, tra gli altri, gli avvocati Giuseppe Brollo, Antonio Forza, Stefania Pattarello e Gentilini. 

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Il processo vede alla sbarra una quarantina di imputati tra cui Luciano Donadio, considerato il boss di Eraclea, Raffaele ed Antonio Buonanno di San Cipriano d'Aversa ed Antonio Pacifico, di Casal di Principe. Secondo quanto emerso dalle indagini il gruppo, guidato da  Donadio e Raffaele Buonanno, si era insediato nel Veneto dagli anni '90 andando a rilevare le attività che erano sotto l'egemonia della Mala del Brenta. In questo modo il gruppo legato al clan dei Casalesi, fazione Bidognetti, era riuscito a conquistare il controllo del tessuto economico veneto, dall'edilizia alla ristorazione, oltre ad imporre un "aggio" per il narcotraffico e lo sfruttamento della prostituzione. L'organizzazione criminale, dedita all'usura ed all'estorsione, avrebbe destinato, secondo gli inquirenti della Dda, parte dei proventi illeciti per sostenere i carcerati di alcune famiglie storiche del sodalizio Casalese. 

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