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Casalesi in Toscana, i 'bancomattieri' per il cash reclutati tra i percettori del reddito di cittadinanza

I retroscena dell'inchiesta della Dda con arresti e sequestri

Un sofisticato sistema fraudolento di riciclaggio fondato su societa' gestite da prestanome. E’ questo che ritiene di aver scoperto la guardia di finanza a seguito di una lunga attività investigativa coordinata dalla direzione distrettuale antimafia di Firenze in collaborazione con la Dda di Napoli. L'indagine ha portato stamani, a seguito di un provvedimento del gip del capoluogo toscano, all'esecuzione di 34 misure cautelari: 4 custodie in carcere, 6 arresti domiciliari, 9 obblighi di dimora e 15 misure di interdizione personale con divieto di svolgimento di attività di impresa con conseguente sequestro di beni per 8,3 milioni.

Le indagini sono iniziate mettendo sotto la lente di ingrandimento numerosi investimenti immobiliari e commerciali perfezionati nel 2016 nella provincia di Siena da due commercialisti campani affiancati da un architetto fiorentino originario del casertano ritenuti contigui ad ambienti della criminalità organizzata del clan dei Casalesi. I successivi approfondimenti hanno consentito di rafforzare la tesi di un reimpiego, da parte di soggetti collegati alla camorra, di somme ingenti di denaro in attività imprenditoriali in Toscana.

Gli approfondimenti e le investigazioni hanno permesso di rilevare che soggetti collegati al clan, attraverso molteplici società operanti nei settori immobiliari e commerciali, avevano reimpiegato ingenti disponibilità finanziarie di provenienza delittuosa in attività imprenditoriali ubicate anche sul territorio toscano.

Partendo dal flusso dei pagamenti relativi all’esecuzione dei lavori appaltati, le Fiamme Gialle hanno disvelato un complesso sistema di false fatturazioni posto a copertura di cospicui e continui bonifici in uscita dalle aziende di costruzione e disposti a vantaggio di società “cartiere”. I conti correnti di queste venivano poi svuotati attraverso un’organizzata squadra di “bancomattisti prelevatori”, persone prossime alla soglia della povertà e alcune delle quali beneficiarie di reddito di cittadinanza (RdC, sostegno economico introdotto nel 2019) o di emergenza (REM, misura introdotta a seguito dell’emergenza epidemiologica), remunerate dal sodalizio con commissioni pari al 2-3% delle somme monetizzate (equivalenti a somme nell'ordine dei 50/100 euro). Nel dettaglio, è stato rilevato un sofisticato sistema fraudolento, fondato su diverse società, ritenute riconducibili agli indagati e formalmente gestite da prestanome, che hanno svolto diversi lavori edili sul territorio nazionale, operando perlopiù in subappalto.

L’esecuzione dei lavori e la successiva fatturazione da parte dei committenti dava corso ad una prima serie di fatture per operazioni inesistenti a favore di società di comodo che attestavano falsamente la collaborazione nei lavori. L’ulteriore fase prevedeva altre fatturazioni per operazioni inesistenti a favore di altre “cartiere”, i cui amministratori, anch’essi meri prestanome, operavano il prelievo di contanti delle somme di denaro a titolo di pagamento di prestazioni in realtà mai rese. Dedotti i compensi ai prestanome, le somme prelevate finivano poi ai promotori dell’associazione a delinquere per essere successivamente riciclate attraverso investimenti immobiliari nelle province di Pistoia, Lucca, Modena, Roma, Isernia e Caserta. 

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