Casalesi, la Cassazione conferma 20 condanne per la famiglia Venosa

Regge l'impianto accusatorio. Solo la moglie di Augusto Bianco dovrà tornare in Appello

Giuseppe Verrone e Salvatore Cantiello

La sentenza di condanna contro la famiglia Venosa del clan dei Casalesi regge anche al vaglio della Corte di Cassazione. In questi giorni sono state infatti rese note le motivazioni con le quali i giudici della Seconda Sezione della Cassazione ha respinto (quasi totalmente) i ricorsi di 21 imputati contro la sentenza della Corte d’Appello di Napoli rimasti coinvolti nell’inchiesta “Jackpot”.

Dalla scarcerazione al nuovo arresto: la 'caduta' di Raffaele Venosa

L’indagine della Dea aveva svelato l'esistenza di un'articolazione del clan camorristico dei Casalesi, indicata come "fazione Venosa ", alla cui direzione, tra l'agosto 2014, data della scarcerazione, e maggio 2015, epoca del nuovo arresto, si poneva Raffaele Venosa, il quale, dopo un decennio di detenzione riallacciava le fila del gruppo, dando rinnovato impulso alle mai interrotte attività criminali nel campo delle estorsioni e dell'illecita concorrenza al fine di rimpinguare le casse del clan e garantire il sostentamento degli affiliati detenuti e liberi attraverso l'erogazione delle "mesate", ovvero di somme destinate a retribuire la fedeltà all'associazione e la continuità della messa a disposizione. Venosa estendeva il proprio controllo anche nel settore del traffico di stupefacenti attraverso “un'apposita consorteria” che gestiva molteplici piazze di spaccio, rifornendole di droghe leggere ed amnesia, lucrando parte dei proventi dell'attività ovvero imponendo la remunerata protezione del gruppo.

Tutte le condanne confermate dalla Cassazione

La Corte di Cassazione ha confermato le condanne a carico di Giuseppe Bianchi di Casal di Principe (6 anni); Augusto Bianco di Casal di Principe (8 anni); Salvatore Cantiello di Casal di Principe (8 anni), Massimiliano D'Ambrosio di Casaluce (9 anni e 4 mesi); Gennaro D'Ambrosio, detto o' zio, di Aversa (9 anni e 10 mesi); Angelo D’Errico di Frignano (10 anni e 4 mesi); Salvatore Frattoluso di Aversa  (9 anni e 4 mesi); il collaboratore di giustizia Yuri La Manna di Maddaloni (4 anni), Angelo Mennillo di Aversa (2 anni); Ettore Pacifico di Casal di Principe (2 anni e 4 mesi); Vittorio Pellegrino di Aversa (9 anni);  Pasquale Picone di Caserta (7 anni); Mario Pinto (9 anni); Angelo Prece (9 anni); Antonio Venosa di San Cipriano d’Aversa (5 anni); Massimo Venosa di San Cipriano d’Aversa (10 anni), Giuseppe Verrone di San Cipriano d’Aversa (11 anni e 8 mesi); Dionigi Pacifico di Casal di Principe (8 anni); Teresa Venosa di San Cipriano d’Aversa (9 anni e 4 mesi); Giuliano Venosa di San Cipriano d’Aversa (10 anni e 4 mesi). 

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La moglie di Bianco torna in Appello

L’unica posizione su cui si dovrà tornare in Appello è quella relativa ad Anna Cammisa (condannata a 2 anni e 4 mesi), moglie di Augusto Bianco, reggendo comunque l’impianto accusatorio: “La sentenza impugnata a sostegno della reiezione delle doglianze difensive ha richiamato le dichiarazioni del collaboratore Raffaele Venosa, il quale ha riferito di versamenti dell'importo di 500 euro alla Cammisa, quale moglie di Augusto Bianco, per il tramite di Antonio Cantiello dall'ottobre 2014; ha evidenziato come l'intercettazione ambientale tra Giuseppe Verrone, materialmente incaricato del pagamento delle mesate, e Maria Venosa ricomprenda tra i soggetti destinatari anche "la moglie di Augusto Bianco" ed ha efficacemente confutato la tesi difensiva circa il difetto di prova in ordine alla effettiva consegna delle somme e le pretese incongruenze tra le dichiarazioni del collaboratore e della figlia”. Per la Cammisa la sentenza viene annullata "limitatamente alla richiesta continuazione con la sentenza emessa dalla Corte d'Appello di Napoli in data 3 aprile 2013, irrevocabile il 13 gennaio 2015” con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello di Napoli per nuovo giudizio sul punto.

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